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“La Polonia ha richiamato definitivamente il suo ambasciatore in Ungheria, abbassando così ufficialmente il livello delle relazioni diplomatiche bilaterali”. Con queste parole Levente Magyar, Segretario di Stato e Viceministro degli Esteri ungherese ha annunciato la decisione polacca di richiamare permanentemente il proprio ambasciatore a Budapest. “Il progressivo deterioramento delle relazioni politiche ha portato a questo passo deplorevole, che non ha precedenti nella storia delle relazioni con i nostri partner dell’Europa centrale.”, ha poi aggiunto Magyar segnalando come l’apertura della crisi diplomatica sia un fatto quasi unico nella Storia dei due Paesi.

Ed effettivamente la notizia può giungere come un fulmine a ciel sereno, se si tiene conto delle relazioni assai strette tra Budapest e Varsavia negli anni passati, nel contesto del ben noto Gruppo di Visegrád e di quell’asse sovranista-populista che proprio in questi due Paesi ha visto la principale articolazione europea. In realtà, i rapporti tre l’Ungheria e la Polonia sono andati lentamente raffreddandosi all’indomani dell’attacco russo all’Ucraina, per poi deteriorarsi definitivamente alla fine del 2024, quando il governo ungherese ha deciso di garantire asilo politico all’ex Ministro della Giustizia polacco Marcin Romanowski, membro di Diritto e Giustizia, partito di destra alleato di Fidesz che per anni ha governato la Polonia.

L’invasione dell’Ucraina, come accennato, ha posto le basi per l’inizio del progressivo allontanamento tra i due ormai ex alleati. Se Varsavia ha risposto alla mossa di Mosca ponendosi come baluardo dell’Europa di fronte alla presunta minaccia russa, lanciando anche un ambizioso piano di riarmo che vorrebbe trasformare la Polonia in un nuovo Stato forte dell’Unione, Budapest ha scelto invece la via della neutralità. Da un lato, per ragioni storiche e politiche i rapporti tra Ungheria e Ucraina sono da tempo estremamente tiepidi, per non dire al limite della rottura, mentre dall’altro ha indubbiamente pesato sulla decisione di Orbán la dipendenza di Budapest dalle importazioni di gas russo e i rapporti anche ideologici con Mosca.

Sebbene la situazione si fosse fatta da subito tesa, il punto di rottura è arrivato a dicembre 2024, quando il governo ungherese ha deciso di dare asilo a Romanowski, accusato di pesanti reati di corruzione in patria. Il governo polacco ha ritenuto la decisione dell’omologo magiaro “un passo ostile nei confronti della Repubblica di Polonia e viola i principi fondamentali della cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione Europea”, accusando Budapest di infrangere il principio di leale cooperazione sancito dall’articolo 4, paragrafo 3 del Trattato sull’Unione Europea. Il governo Orbán, al contrario, ritiene che Romanowski non godrebbe di un trattamento equo in Polonia e necessiti quindi della protezione di Budapest che, oltre ad aver concesso l’asilo politico, avrebbe fornito all’ex Ministro polacco un impiego presso il Centro per i diritti fondamentali, affidandogli la direzione dell’Istituto polacco-ungherese per la libertà.

Di fronte a questa decisione, vista come un’ingerenza interna, Varsavia ha risposto richiamando temporaneamente il proprio ambasciatore in Ungheria per consultazioni, ma dal 16 luglio la decisione è diventata definitiva, vedendo quindi la riduzione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, ossia la notte del 17 luglio, non è ancora arrivata una rappresaglia diplomatica di Budapest che, anzi, ha fornito una risposta pacata alla decisione di Varsavia, affermando che quanto successo rappresenti una situazione temporanea che “non rovinerà la storica amicizia tra ungheresi e polacchi”.

Resta il fatto che le relazioni tra Ungheria e Polonia sono ai minimi storici e che Viktor Orbán, in crescente difficoltà sul versante interno a causa della pressione di Tisza, principale partito di opposizione che secondo numerosi sondaggi potrebbe vincere le elezioni dell’anno prossimo, rischia ora di perdere uno degli alleati storici all’interno dell’Unione Europea. E se la “questione Romanowski” ha indubbiamente un peso importante nella decisione drastica di Varsavia, resta il dubbio legittimo che dietro la scelta polacca stiano ragioni geopolitiche volte ad aumentare la pressione sull’Ungheria per staccarla dalla sua politica di neutralità e opposizione alle sanzioni antirusse, cercando di isolare ulteriormente un Orbán già in difficoltà.

La quasi rottura dei rapporti diplomatici tra Varsavia e Budapest sembrerebbe essere un ulteriore chiodo sulla bara del Gruppo di Visegrád, alleanza politico-economica nata nel 1991 per riunire proprio Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Le frizioni tra i due Paesi principali dell’alleanza e la diversità di posizioni circa il conflitto in Ucraina e i rapporti con Mosca potrebbero quindi fare una vittima eccellente, ossia proprio quel Gruppo di Visegrád che, nato con lo scopo di coordinare e facilitare l’integrazione dei Paesi membri all’interno dell’Unione Europea, è diventato poi simbolo dell’ondata sovranista e populista incarnata da Budapest e Varsavia e che ora rischia di sgretolarsi di fronte alle nuove sfide del secondo decennio del XXI secolo.

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