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Martedì 3 maggio, nel voto delle elezioni primarie repubblicane dell’Ohio e dell’Indiana, 22 candidati scelti da Donald Trump, su 22 in totale, hanno vinto. Le primarie nei due Stati del Midwest seguono a ruota quelle del Texas, dove 33 candidati scelti da Trump, su 33, hanno prevalso sui loro avversari. Il 100% dei candidati che hanno ottenuto l’endorsement dall’ex presidente, dunque, 55 su 55, si presenterà per le prossime elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre, per il rinnovo di gran parte del Congresso e dei governatori degli Stati. Benché riguardi appena tre Stati, questa è già una prima prova dell’enorme influenza che Trump esercita ancora sul Partito Repubblicano e soprattutto della sua capacità di mobilitare l’elettorato.

Uno di questi vincitori trumpiani è un volto molto noto in America: James David Vance, ora candidato per il Senato, sempre citato con le iniziali del nome, JD. Oltre a lavorare per una finanziaria di Peter Thiel (confondatore di PayPal), è il rinomato autore di Elegia Americana (Hillbilly Eulogy, elegia dei buzzurri nel titolo originale), uno dei libri più significativi sull’evoluzione del proletariato bianco statunitense.

Quella di JD Vance è una piccola epopea che ben simboleggia l’elettorato di Donald Trump. Nato in una famiglia povera e piagata dalla droga, ritiene di essere uno dei pochi che non è finito “con un lavoro sufficiente a non dipendere dai sussidi statali nella migliore delle ipotesi, o morto per overdose nella peggiore”. Non si ritiene affatto un genio o un miracolato per essersi laureato a Yale ed essere entrato nel mondo della finanza, ma un uomo normale che invita i suoi conterranei, “buzzurri” proletari di origine scozzese e irlandese, a non piangersi addosso, a non ritenersi vittime, ma a prendersi su di sé la responsabilità individuale. È anche la storia di un grande equivoco. Riconosciuto come intellettuale di sinistra ed ospite abituale della CNN, nel corso degli ultimi quattro anni ha svelato la sua identità conservatrice. Fermamente contrario a Trump, che definiva come una “droga politica”, ha poi cambiato idea anche sul presidente, riconoscendolo come il vero rappresentante del suo ambiente sociale e infine anche delle sue idee, fino al punto di candidarsi per i Repubblicani e con il sostegno dell’ex presidente.

Il programma di Vance va letto bene, per comprendere come si stia evolvendo la destra americana in chiave protezionista e isolazionista. “America First” va inteso alla lettera nel momento in cui  sostiene: “Cari colleghi repubblicani, parliamo del taglio delle tasse. Sicuramente, tagliamo le tasse alle aziende che investono nel nostro Paese. Ma alziamole a quelle che trasferiscono posti di lavoro all’estero”. Rivendica la sua origine proletaria quando afferma, in un altro punto programmatico: “Il nostro Paese valorizzava l’etica delle classi lavoratrici, ma poi la base manifatturiera della nostra economia è spedita all’estero. La classe lavoratrice in Ohio è stata lasciata nella polvere, la perdita di posti di lavoro ha devastato le famiglie”.

Il lessico di JD Vance è tipicamente associato al socialismo, le parole che pronuncia potrebbero benissimo essere quelle dell’ex candidato presidente Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton e Joe Biden. In effetti Trump ha vinto proprio riuscendo ad associare, almeno nel Midwest, il Partito Repubblicano ai lavoratori e ai poveri, il Partito Democratico alle élite e al grande capitale. Siamo forse di fronte ad un ribaltamento epocale nella storia dei due partiti americani. Vance è un isolazionista convinto, da febbraio è finito al centro delle polemiche per aver mostrato il suo totale disinteresse sulla guerra in Ucraina. “Sarò onesto con voi – aveva dichiarato in un talk show, alla vigilia dell’invasione russa – non mi interessa nulla di quel che avverrà in Ucraina, in un modo o nell’altro”. Quando l’amministrazione Biden ha iniziato ad inviare armi all’esercito ucraino, JD Vance si è distinto come uno dei più accaniti oppositori di questa politica: “Stiamo spendendo 6 miliardi di dollari per aiutare un esercito ucraino fallito”. E non ha cambiato idea neppure di fronte alla coraggiosa resistenza dimostrata dai “falliti”. Non perché sia un putiniano, accusa che gli viene spesso rivolta, ma perché è veramente isolazionista, alla vecchia maniera: “L’unico modo per risolvere il problema della tirannia all’estero è avere un’America forte che protegge i suoi confini, una classe media prospera ed un popolo in salute – aveva dichiarato in campagna elettorale – Invischiarci ancora di più nell’Est Europa ci danneggia e ci distrae da questi obiettivi”.

Visto che la guerra in Ucraina è importante per tutti, diventa rilevante la notizia che quasi tutti gli uomini più vicini a Trump, nella Camera, sono isolazionisti. Lo è anche Warren Davidson, anch’egli candidato in Ohio per la rielezione alla Camera: è stato fra i dieci repubblicani che hanno votato contro la legge di Affitti e Prestiti a favore dell’Ucraina. Gli altri nove che hanno votato contro, devono ancora mettersi in gioco nelle primarie e sono tutti vicinissimi a Trump. Oltre alla più nota Marjorie Taylor Greene, una delle più accanite sostenitrici della tesi del broglio elettorale del 2020, troviamo anche Andy Biggs, accusato (dai suoi fratelli, in Arizona) di aver contribuito all’assalto del Campidoglio del 6 gennaio. Fra gli isolazionisti vi sono anche Matt Gaetz e Paul Gosar, difensori ad oltranza di Trump alla Camera, che per primi avevano fatto circolare la teoria secondo cui l’assalto al Campidoglio fosse stato organizzato da infiltrati Antifa. E il più noto Scott Perry, ex generale, coinvolto anch’egli nell’inchiesta per i fatti del 6 gennaio, in quanto avrebbe presentato a Trump il procuratore Jeffrey Clark, proposto come sostituto del procuratore Jeffrey Rosen, in quanto più propenso a credere alla tesi dell’ex presidente sui brogli elettorali.

Questo è il volto della destra che sta avanzando e sarebbe in grado, quantomeno, di cambiare gli equilibri in politica estera. L’ala isolazionista incomincerebbe a farsi sentire più pesantemente alla Camera e avrebbe le sue prime voci in Senato, dove per ora prevale il parere conservatore tradizionale di intervento in difesa delle democrazie.

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