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14 ottobre 1994: a Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano, viene assegnato il Premio Nobel per la Pace assieme al leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat per lo sforzo negoziale culminato negli Accordi di Oslo del 1993. Premessa della possibilità di riconciliazione tra israeliani e palestinesi dopo quarantacinque anni di guerra. Trent’anni dopo, ottobre 2024: il progetto di Rabin e Arafat è ormai un lontano ricordo e, anzi, al governo in Israele dettano legge coloro che, nella frangia oltranzista dell’ultradestra, inneggiavano contro il “tradimento” di Rabin e dai cui ranghi proveniva Yigal Amir, il colono ultranazionalista che assassinò Rabin nel novembre 1995.

Al potere oggi chi inneggiava a colpire Rabin ieri

Israele nel sesto governo di Benjamin Netanyahu vede al governo molti dei compagni di militanza di Amir. Il Washington Post ha ricordato un episodio del 1995, poco prima dell’uccisione di Rabin: nell’ottobre di quell’anno un gruppo di giovani militanti apparve in tutti i telegiornali nazionali guidato da un ragazzo infervorato negli attacchi al primo ministro. Il giovane militante minacciava in maniera palese Rabin. Sottolineava che i nazionalisti erano giunti “alla sua automobile” e presto “sarebbero giunti anche a lui”. A testimonianza della veridicità di quanto detto il giovane mostrò il simbolo della Cadillac che era stato staccato dall’auto di Rabin. Quel militante era nientemeno che Itamar Ben-Gvir, oggi ministro della Sicurezza Nazionale di Netanyahu.


7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO – LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER


Il leader di Potere Ebraico incarna il volto più radicale della destra anti-Rabin che oggigiorno, nel cuore della guerra di Gaza, interpreta la campagna contro Hamas come qualcosa di più ampio della lotta al terrorismo. La vede come l’opportunità di chiudere la partita palestinese, a qualsiasi costo. Aggiungendo, al computo, quella Cisgiordania che i coloni nazionalisti stanno erodendo passo dopo passo.

Quando Netanyahu guidava l’opposizione a Rabin

Insomma, il Governo più a destra della storia di Israele inverte, trent’anni dopo, il flusso storico avviato da Rabin, forse definitivamente. E nonostante i lunghi e tortuosi cambi di direzione nei suoi diciassette anni di governo, a guidarlo non poteva che essere colui che, nel 1993-1995, dagli accordi di Oslo all’assassinio di Rabin, fu il capo dell’opposizione: Benjamin Netanyahu.

Netanyahu alla Knesset per la cerimonia che commemorava il 20esimo anniversario dell’uccisione di Rabin, nel 2015.

Nel 2016 il documentario di Frontilne, Netanyahu at War, riportò l’attenzione sul fatto che Netanyahu, salito al potere la prima volta nel 1996 con un’agenda critica dell’apertura ai palestinesi e una dottrina “tolleranza zero” sul terrorismo, fu ai tempi considerato dai vertici del Partito Laburista di Rabin attento a cavalcare l’onda politica che contribuì all’emersione dei nazionalisti anti-accordi di Oslo. “Ora è un eroe. Ma se non fosse stato assassinato, l’avrei battuto alle elezioni e poi sarebbe passato alla storia come un politico fallito'”, disse Netanyahu dopo la morte a Martin Indyk, ambasciatore Usa a Tel Aviv.

Le ultradestre alleate per demolire il sogno di Rabin

Prima del 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas a Israele, il sesto governo di Netanyahu sembrava costruito ad hoc per demolire l’eredità di Rabin: assalti continui dei coloni sostenuti dalle forze di sicurezza, applicazione totale della legge “Israele Stato Ebraico” con cui Netanyahu, durante il suo quinto governo, ha messo un crisma speciale alle politiche ultranazionaliste, retorica pubblica anti-araba sdoganata come normale. Netanyahu nel settembre 2023, per la prima volta, ha disertato la cerimonia annuale per ricordare Rabin. Poco dopo, parlando alla Knesset a valle dei massacri del 7 ottobre, ha accusato il defunto predecessore: “L’accordo di Oslo è un disastro che ci ha portato lo stesso numero di vittime dell’attacco a sorpresa di Hamas”.

Nel formare il suo sesto governo dopo il voto del 2022 Netanyahu ha passato il Rubicone dell’alleanza aperta con l’estrema destra, la cui retorica è entrata nei palazzi. In nome della controversa riforma della giustizia prima e della guerra totale a Gaza poi, Bibi ha perso sul tema ogni freno inibitore. Netanyahu ha alleato due forme di estrema destra a lungo tenute fuori dalla stanza dei bottoni dal Likud, virato negli anni da posizioni di centrodestra al nazionalismo più spinto. Due destre che, soprattutto, a lungo sono apparse in contraddizione tra di loro.

Da un lato, il primo ministro sostiene la destra iper-religiosa e più fedelmente legata al tradizionalismo ebraico, per sua natura confessionale. Dall’altro, Ben-Gvir e sodali sono alfieri di una forma oltremodo spinta di nazionalismo sionista. Un campo storicamente “laico” che fa del dato etnico la priorità. Ebbene, queste destre nel governo di Netanyahu cooperano e si sostengono, trovando da prima del 7 ottobre un nemico comune: i palestinesi, ceppo per loro allogeno rispetto alla tradizione israeliana. E dunque da emarginare. Con la guerra a Gaza, magari, da spingere addirittura fuori dalla Striscia e assediare in Cisgiordania. Il sogno di Rabin è un ricordo. Assassinato fisicamente, il primo ministro premiato col Nobel viene oggi assassinato politicamente. E il Medio Oriente è sempre più nel caos.

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