Archiviato il meeting tra il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi, una new wave sembra essere nata fra i due giganti d’Asia: a beneficiare di questa tregua saranno, pare, i legami economici tra le due nazioni e lo scambio fra i loro popoli. Sullo sfondo, uno scacchiere asiatico profondamente mutato negli ultimi mesi a causa del faraonico progetto della Nuova Via della Seta e del dramma del Kashmir. Se, dunque, questa atavica rivalità sembra aver appena appena smussato i suoi angoli, vi è tuttavia qualcosa ancora in grado di mandare a carte quarantotto l’equilibrio sino-indiano.

Che cosa è l’Henderson Brooks-Bhagat report

Torniamo un attimo indietro al 1962, anno in cui le relazioni fra i due Paesi si incancrenirono definitivamente. La vulgata della vicenda ha sempre descritto l’India come un Paese “innocente” attaccato inaspettatamente da una Cina comunista sempre più aggressiva: in realtà, la parziale declassificazione delle fonti al riguardo, ha permesso di ricostruire il ruolo e le responsabilità, gravissime, del governo indiano nel conflitto. Uno dei primi studiosi a occuparsi della border war del 1962 è stato il giornalista australiano Neville Maxwell, considerato ancora oggi uno dei massimi esperti in materia. Ritiratosi in silenzio nella sua Australia, autore di India’s China War, pubblicato nel 1970, Maxwell fu inviato del Times a New Delhi durante lo svolgimento del conflitto, probabilmente perché uno dei pochi a considerare come non convincente la versione dei fatti proposta da Delhi. Nel 1963, Maxwell, sulla cui testa pendeva l’etichetta di difensore della Cina, riuscì a entrare in possesso dell’Henderson Brooks-Bhagat report, un’analisi segreta delle operazioni nel conflitto sino-indiano redatto dal Lieutenant-General Henderson Brooks e dal Brigadier Premindra Singh Bhagat dell’esercito indiano. Al di là dei dettagli tecnici, il report descriveva la totale volontà indiana di spacciare un breve conflitto di frontiera per un’aggressione internazionale, ma soprattutto gettava pesanti ombre sulla figura di Nehru, eterea guida dell’India, descritto come un comandante allo sbando, ostaggio della follia della forward policy del ministro Krishna Menon, reo di continue provocazioni contro la Cina.

La prima figura a cedere sotto i colpi del report è Krishna Menon, l’energico ministro della difesa: a lui viene imputata la confusione e la strana conduzione del conflitto, definendo “sorprendente” la decisione di non redigere alcun verbale o diario delle riunioni e delle decisioni che portarono alle scelte militari prima e durante la guerra; a seguire, poi, l’Intelligence Bureau, le cui forze sarebbero state dispiegate in maniera casuale, senza alcun criterio; colpevole tanto quanto Menon, poi, la figura del generale Kaul, l’autore della disfatta: secondo Brooks, Kaul avrebbe prefissato all’esercito degli obiettivi impossibili da raggiungere; importanti anche le rivelazioni dell’allora Foreign Secretary M. J. Desai, il quale sarebbe stato tra i primi a sostenere come gli obiettivi cinesi fossero limitati ad uno o due avamposti e non fossero una reazione alla forward policy di Menon. Il grande assente nelle operazioni è ancora Nehru, da un lato in preda al panico che lo porterà a chiedere l’urgente intervento degli Stati Uniti, dall’altro, vecchio leader presumibilmente nelle mani di Menon: l’assenza di verbali dei meeting, infatti, ancora oggi non permette di ricostruire la catena di responsabilità che portò all’uccisione sul campo di 2mila soldati indiani e all’imprigionamento di 4mila.

La battaglia per la verità di Neville Maxwell

Su questa grande mistificazione fu dunque ricostruita la fitta trama della geopolitica asiatica.

Maxwell, dopo la pubblicazione di India’s China War, chiese più e più volte al governo indiano di declassificare il documento, ottenendo continuamente risposta negativa da New Delhi, anche quando, nel 2012, il giornalista rese il report disponibile per alcuni quotidiani indiani, che, tuttavia, si rifiutarono di utilizzarlo e pubblicarlo: il timore era quello di incorrere in alto tradimento. Il libro ebbe un grandissimo successo in Gran Bretagna (ove ancora oggi Maxwell è inviso ai think-tank indiani) e negli Stati Uniti, giungendo nelle mani del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger.

La crociata storiografica del reporter è continuata nel tempo, a dispetto dell’esilio informale impostogli da New Delhi nell’immediato dopoguerra e durato per ben otto anni. Nell’aprile 2010, di fronte all’ennesimo question time, il ministro della difesa indiano A.K. Antony tornò una volta per tutte sulla vicenda: il report non potrebbe essere declassificato, poiché di “attuale valore operativo”. Quella che Maxwell ha definito un’operazione storiografica “salutare” ha continuato a scontrarsi con le resistenze del governo indiano per almeno tre ragioni: la prima, legata al mito di Nehru, che lo vorrebbe intoccabile tanto quanto Gandhi; la seconda, di ordine politico, sarebbe legata alla “favola”della dinastia Nehru-Gandhi, di cui oggi Sonia Gandhi e suo figlio Roul sono gli ultimi esponenti. Vi è poi una terza ragione, diplomatica, legata proprio alle flebili relazioni fra i due Paesi.

Cosa ne è stato del report

Ma che ne è stato del report scottante? Il 17 marzo 2014, di fronte ad un nuovo rifiuto del governo indiano di renderlo pubblico, Maxwell scelse di pubblicare la copia dell’analisi dei due militari sul proprio sito internet, scatenando le proteste del governo indiano. Oggi, il documento è diventato uno strumento prezioso nelle mani degli oppositori di Modi e di tutti coloro i quali, in Cina, hanno sempre accusato New Delhi di un’innata aggressività in politica estera. Se la prima parte del documento è stata diffusa da Maxwell, o meglio leakkeata, come diremmo oggi, la seconda parte resta ancora ignota e ne costituirebbe l’anteprima, fatta di comunicazioni e messaggi in base ai quali la ricostruzione è stata redatta. Fra l’altro, il report è diventato argomento di discordia perfino dentro il BJP, ove una frangia interna avrebbe promosso la declassificazione al fine di una pacificazione definitiva: ebbe, quella frangia è stata messa a tacere immediatamente dopo la vittoria di Modi, che ha sposato la causa del “no declassify”.

Cosa accadrebbe però se la seconda parte del report venisse alla luce nel modo sbagliato? Il rischio è quello di veder ripiombare le relazioni sino-indiane al minimo storico di sessanta anni fa rispolverando vecchie acredini e traumi mai superati, scatenando un pericoloso effetto domino nella polveriera asiatica dei giorni nostri. E se invece New Delhi decidesse, una volta per tutte, di fare i conti con la storia? Appianare la vicenda del 1962 potrebbe essere una buona mossa per Modi per costruire un dialogo con la Cina su basi sicuramente più solide, silenziando,allo stesso tempo, le voci dissidenti del suo partito.

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