Giusto il tempo di accomodarsi al tavolo del ristorante per pranzare in una torrida giornata di luglio che Misa Djurkovic, il direttore dell’Istituto di Studi Europei di Belgrado, ordina della rakija. Dovere d’ospitalità, ma pure un modo per preparare al meglio la conversazione che sta per iniziare sulla percezione dell’identità serba. Il distillato con un contenuto alcolico del 40% da queste parti è la bevanda nazionale, e in un contesto del genere è vietato rifiutarla. Tuttavia, per gli standard occidentali, l’abitudine balcanica di sorseggiarla a stomaco vuoto prima di consumare il pasto resta discutibile.

Il direttore insiste per fissare un appuntamento a Sremski Karlovci, cittadina di 9mila abitanti sulle colline della regione di Vojvodina. E il motivo è presto detto.
“Vede quello? – dice indicando un elegante palazzo del XVIII Secolo – È il gymnasium, la più antica scuola superiore della Serbia. Dia un’occhiata al portone”.
A fare da guardie reali ci sono due targhe, una alla destra e una alla sinistra dell’ingresso. Quella meno recente recita un ringraziamento all’Unione Europea per il contributo offerto per i lavori di restauro. Quella più drammaticamente contemporanea è incomprensibile, perché è scritta in cinese.

Nell’ambito della Belt And Road Initiative la Cina ha avviato in Serbia già da diversi anni un programma di finanziamento di opere pubbliche, infrastrutture, imprese locali del valore di oltre 1 miliardo di euro. Un bel pezzo di autostrada che da Nis porta a Sud della penisola è percorribile ad oggi grazie ai capitali cinesi, in programma c’è un canale ferroviario che dal Montenegro, e quindi dall’Adriatico, trasferirà le merci fino a Budapest attraverso la Serbia, mentre nella cassaforte del dragone ci sono già asset strategici come la miniera di RTB Bor, il più grande giacimento di rame del paese. “Ma la vera influenza della Cina dalle nostre parti consiste in un soft power di tipo culturale e linguistico. Qui ad esempio si tengono corsi di cinese, mentre a Belgrado l’Istituto Confucio è attivo già dal 2016, e a breve il mandarino verrà insegnato anche nelle università pubbliche”, puntualizza Djurkovic. Poi, di fronte alle prime portate, riemerge dalla divagazione:

Direttore Djurkovic, in Occidente siamo soliti considerare storicamente il popolo serbo come nazionalista in modo viscerale, ma con la guerra, la fame, la povertà e ora l’afflusso di capitali dall’Oriente sembra che qualcosa stia cambiando…

“I serbi hanno da sempre avuto il problema di definire ciò che costituisce la base della nazionalismo in tempi moderni. Come etnia siamo stati parte di regni diversi, senza un vero e proprio stato. E anche le questioni religiose, che un tempo facevano da collante, sono molto più diluite. Allo stesso tempo non abbiamo realizzato un’adeguata costituzionalizzazione dell’identità nazionale serba che potesse unire tutti, anche e soprattutto per colpa del regime comunista.
Dopo il 2000 la Serbia è una sorta di semi-protettorato delle potenze occidentali (USA e Regno Unito in particolare), quindi, poiché eravamo percepiti come delle teste calde che non volevano accettare la dissoluzione della Jugoslavia, queste potenze hanno permesso che i serbi venissero lasciati in diversi dei nuovi stati come minoranze senza protezione. Nel frattempo, il nostro sistema educativo è stato profondamente “riformato” in una chiave più moderna e meno identitaria. Solo la gente comune continua a cercare di preservare senso del dovere, valori e tradizioni”.

Detto delle influenze esterne, qual è invece il ruolo svolto dal governo locale?

“I vari governi sono per lo più formati da politici senza alcuna ideologia che stanno cercando di mediare tra le volontà dell’Occidente e quelle del popolo, che dopo tutto ha ancora diritto di voto. Ma attraverso vari attori e istituzioni che lavorano a stretto contatto con la sinistra ideologica, gli Stati più progressisti lavorano per insegnare ai nostri figli che il patriottismo sia qualcosa di sbagliato e che tutto il bagaglio culturale serbo vada bollato come retrogrado e sostituito dal consumismo”.

Pensa che le potenze occidentali temano una nuova ascesa del nazionalismo serbo?

“I serbi vengono considerati come un potenziale problema fin dall’inizio del XIX secolo, quando l’Impero Ottomano iniziava ad andare in frantumi. Siccome avevamo il potenziale per poter creare uno stato centrale forte che potesse coprire tutte le zone più strategiche e affacciarsi sul Mare Adriatico, in Occidente hanno cominciano ad ostacolare questo processo. Soprattutto i britannici, che temevano l’espansione della Russia nel Mediterraneo attraverso i Balcani. Tutto ciò ha creato nei decenni un forte pregiudizio, lo stesso peraltro per cui siamo stati “puniti” negli anni Novanta per aver voluto creare un modello diverso da quello liberale”.

– Oggi l’ex Jugoslavia è spezzettata in tanti stati indipendenti o, come nel caso del Kosovo, non riconosciuti de jure ma di fatto fuori dal controllo di Belgrado. Questo processo di frammentazione è ancora in corso?

“Sì, perché molti documenti storici confermano la logica molto chiara che ho spiegato sopra. Si è capito che nessuno vuole uno stato egemone nei Balcani ma nemmeno dei singoli stati forti. Così nel corso degli anni tante potenze, dall’Impero austro-ungarico, alla Germania, all’Italia, alla Russia e agli anglo-americani hanno fortemente incoraggiato il processo di creazione di nuove ‘nazioni’. E lo stanno facendo ancora, basti pensare al Montenegro, ma addirittura in Vojvodina, dove ci troviamo, vengono sostenuti dei movimenti indipendentisti basati sulle identità regionali”.

Alla conversazione si unisce Stevan Gajic, ricercatore presso il medesimo Istituto di Belgrado ma soprattutto insegnante in Russia alla Moscow State Institute of International Relations (MGIMO). Gajic introduce un elemento di carattere “interno” alla stessa Serbia:

“Le élite locali hanno parecchio interesse affinché il progetto delle potenze della Nato di tenere a bada ogni spirito nazionalistico venga portato a compimento. Un progetto che parte dal tentativo di instillare nella coscienza dei serbi il senso di colpa per ciò che è accaduto in passato. I nuovi politici, con in testa il presidente Aleksandar Vucic e il primo ministro Ana Brnabic, sono costretti a muoversi su due fronti: accontentare le potenze straniere e rivoluzionare lentamente la percezione che i serbi hanno di loro stessi.

E come?

“Convincendoci che dobbiamo essere orgogliosi dei nostri predecessori ma allo stesso tempo che si tratti di un peccato mortale provare qualsiasi tipo di nostalgia. Ma guardando alla storia quello che molti dimenticano è che la Serbia è stata attaccata sia durante la Prima guerra mondiale che durante la Seconda, non è stata protagonista di attacchi preventivi, sebbene l’attentatore di Sarajevo, Gavrilo Princip fosse jugoslavo [a Belgrado l’assassino dell’Arciduca Francesco Ferdinando e consorte ha una statua dedicata, Ndr]. Quello che si vuole ottenere rimuovendo qualsiasi tipo di pathos è far passare il messaggio che la Serbia oggi non valga più nulla e nonostante il passato sia ormai necessario accodarci alle potenze occidentali”.

L’opposizione interna a questo status quo, tuttavia, è quasi inesistente. Com’è possibile?

“Il governo si regge grazie agli investimenti degli stranieri. Le nostre élite stanno di fatto lavorando come dei minatori al servizio degli interessi altrui, ma cercano di far percepire alle persone un certo miglioramento grazie alla costruzione di cattedrali nel deserto. La Serbia resta uno dei paesi più poveri d’Europa ma utilizzando le grandi opere a fini propagandistici e occupazionali la politica riesce ad ottenere consensi. Una certa opposizione comunque esiste, ed è rappresentata non solo dalla Chiesa ortodossa ma anche da intellettuali, pensatori e singoli cittadini che si oppongono a questo trionfo dell’individualismo e alla volontà di cedere alle richieste dell’Occidente. Un caso su tutti? Il forte ostruzionismo a qualsiasi tentativo di riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Un riconoscimento peraltro impossibile, visto che il fine ultimo sarebbe in realtà quello di annetterlo all’Albania”.