Il lupo riveste una funzione mitopoietica nelle tradizioni identitarie di una moltitudine di popoli e nazioni. È dalla notte dei tempi, da quando l’Uomo ha memoria, che i lupi vengono trattati con il timore reverenziale tipicamente riservato alle divinità e che le lupe vengono sacralizzate nella simbologia della maternità e della salvazione. E in Turchia, come nell’Antica Roma, i lupi sono alla base del mito fondativo della nazione e continuano ad esercitare un impatto profondo nell’immaginario collettivo, nella cultura e nella politica.

Come abbiamo scritto più volte sulle nostre colonne, la politica estera della Sublime Porta non può essere ridotta e circoscritta al neo-ottomanesimo – un termine, tra l’altro, impiegato soltanto in Occidente – poiché essa è il frutto della mescolanza di una varietà di ideologie e scuole di pensiero, anche piuttosto differenti tra loro, come il panislamismo, il panturchismo, il turanismo e il kemalismo. E i lupi si trovano lì in mezzo, da qualche parte tra il panturchismo e il turanismo, dove vivono nel mito eterno di Ergenekon.

Il mito di Ergenekon

Ergenekon è il nome di una valle edenica, situata in un luogo sperduto tra il Turkestan e la Mongolia, nella quale avrebbero trovato rifugio i progenitori della nazione turca, ovverosia gli antenati dei cosiddetti “turchi celesti” (göktürk), i fondatori del primo khaganato. Dell’antichissima leggenda esistono differenti varianti che altalenano tra concordia e discordia su alcuni punti-chiave, dal prologo all’epilogo, pur garantendo una certa linearità.

Il mito è la storia di due condottieri, Qïyan e Nüküz, che, in fuga con le loro famiglie da una tremenda disfatta militare, forse contro i tatari, marciano lungo i meandri più tortuosi dell’Asia centro-settentrionale fino a giungere a Ergenekon, una valle incuneata tra i monti Altaj. Dimentico della strada del ritorno, o forse incapace di ritrovare il sentiero, il gruppo resta intrappolato nella valle per alcuni secoli, forse quattro, moltiplicandosi sino a generare dieci sotto-tribù – dieci, come le tribù originarie del khaganato occidentale. In un’altra versione, la valle è il rifugio di una sola persona, un giovane, che, crescendo, si sarebbe accoppiata con una lupa e, di nuovo, dal rapporto sarebbero nati dieci figli, i quali avrebbero poi fondato le dieci tribù.

In ambedue i casi, la libertà sarebbe provenuta grazie ad una lupa di nome Asena – forma collaterale di “Ashina”, il clan da cui nacquero i göktürk –, oppure ad un lupo di nome Börtečine (ndr. lupo grigio), e ad un fabbro misterioso che con i suoi strumenti sarebbe riuscito a fondere una parte della montagna creando un passaggio attraversabile. A questo punto, la lupa, o il lupo, avrebbe guidato le tribù verso l’Asia centrale, da dove i turchi celesti si sarebbero poi espansi in ogni direzione: Anatolia, Cina occidentale, Russia.

Ergenekon oggi

Il mito di Ergenekon, nella forma che prevede la presenza della lupa Asena, ha iniziato a conoscere una vasta popolarità presso il pubblico soltanto a partire dalla nascita della Repubblica, sebbene esistano alcune opere e poesie sull’argomento risalenti all’epoca ottomana. Il recupero del mito dall’oblìo si contestualizza nell’ambito del disegno identitario di Mustafa Kemal: panturchismo in luogo del nazionalismo islamico.

I turchi avevano bisogno di credere in qualcosa, qualcosa di imperituro come Ergenekon, perciò al diplomatico e giornalista Yakup Kadri Karaosmanoglu, novello Virgilio al servizio di Ataturk, venne affidato l’onere-onore di realizzare una versione coerente e strutturata del mito da utilizzare come pilastro fondante della nuova Turchia.

È a partire dall’era Ataturk che il lupo grigio diventa ufficialmente il simbolo dei turchi, entrando a far parte della memoria collettiva dell’intera nazione e della simbologia politica. L’organizzazione dei Lupi Grigi, il cui nome non necessita spiegazione alcuna, è l’esempio più lampante dell’attualità di Ergenekon.

Ergenekon, lo stato profondo

Ergenekon non è soltanto il nome della valle che avrebbe nutrito i turchi celesti, preparandoli alla conquista dell’Eurasia, ma anche l’appellativo con cui è stata ribattezzata una potente oganizzazione segreta sgominata fra il 2007 e il 2011, ovverosia nei primi anni dell’era Erdogan. Inaccessibile come la valle leggendaria, e nato allo scopo di allevare dei futuri combattenti (golpisti), Ergenekon è stato a lungo l’incubo dell’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan ed identificato come lo scheletro dello stato profondo turco.

Le operazioni contro l’organizzazione, da alcuni osservatori ritenuta inesistente, hanno condotto all’arresto di oltre cinquecento persone negli anni, sostanzialmente dei kemalisti appartenenti alle forze armate, e al sequestro di veri e propri arsenali composti da armi da fuoco ed esplosivi. Secondo l’accusa, i membri di Ergenekon avrebbero voluto consumare un colpo di stato per congelare l’ascesa del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), in quanto percepito ostile, e ripristinare un ordine votato al puro kemalismo.

Come l’Eden dei turchi celesti, anche questa organizzazione è entrata nella mitologia turca – quella contemporanea –, divenendo una colonna portante del repertorio erdoganiano, e la sua esistenza continua ad essere circondata e permeata dall’arcano.