Nonostante parte dell’opinione pubblica abbia minimizzato il risultato elettorale dei sovranisti, queste elezioni europee hanno sancito l’ascesa dei nazionalismo in Europa – le vittorie di Matteo Salvini in Italia, di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage nel Regno Unito, ne sono prova. È sufficiente confrontare il voto delle elezioni europee del 2014 con quello del 26 maggio scorso per prendere atto che la tendenza è questa e che l’Europa è cambiata, benché in Germania e in altri Paesi prevalgano forze politiche che mirano a preservare lo status quo.

E che il nazionalismo goda di ottima popolarità, lo dimostra anche la recente vittoria in India (1,34 miliardi di persone) della coalizione di partiti guidata da Narendra Modi, che godrà di un’ampia maggioranza nella Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento. Come spiega l’Ispi, “Modi ha saputo costruire un consenso ampio e trasversale, bilanciando sapientemente il conservatorismo nazionalista e religioso con un’agenda politica rivolta, almeno a parole, soprattutto alla crescita economica e allo sviluppo del Paese”.

In una recente analisi, Patrick J. Buchanan, fondatore della rivista American Conservative e consigliere dei presidenti statunitensi Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan, commenta la ritirata del liberalismo in tutto il mondo: “Le elezioni nei blocchi elettorali più grandi del mondo – l’Ue a 28 nazioni e un’India di 1,3 miliardi di persone – hanno mostrato che l’ondata di nazionalismo continua a crescere e si diffonde in Europa e in Asia” osserva il noto commentatore paleoconservatore.

Europee, la lettura di Pat Buchanan

“Che cosa ci dicono queste elezioni?” osserva Buchanan. Nel Regno Unito, “se i Conservatori desiderano restare al potere, dovranno lasciare l’Unione europea e, se necessario, ritirarsi senza un accordo con Bruxelles. I tories non possono sfidare la volontà della maggioranza sulla questione più critica degli ultimi 50 anni – l’istanza nazionalista di essere liberi da Bruxelles”. Non è una tragedia, afferma il commentatore americano, “la prima Brexit, in fondo, si verificò nel 1776, quando le 13 colonie del Nord America troncarono tutti i legami con la corona britannica e si misero da soli sulla via dell’indipendenza. Non è andata così male”.

L’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca “smaschera” le reali intenzioni dei verdi europei, trainati al successo dall’astuta operazione di marketing-politico legata a Greta Thunberg: “Completamente incentrati sul cambiamento climatico, questi partiti entreranno nelle coalizioni per dare alle coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra i voti necessari per creare maggioranze parlamentari. L’ambiente è ora in grado di rivaleggiare con l’immigrazione come tematica al centro di tutte le elezioni in Europa”. Infatti, nota Buchanan, “benché nazionalisti e populisti controllino un quarto dei seggi nel Parlamento europeo, rimangono isolati. Potrebbero avere il potere di bloccare o porre il veto alle azioni dell’Ue da parte di Bruxelles, ma non possono imporre la loro agenda”.

“Il liberalismo sta perdendo appeal”

Le elezioni in Ue e in India ci dicono però anche altro: il liberalismo progressista sta perdendo sempre più appeal ed è in ritirata in tutto il mondo, parzialmente sostituito, almeno in Europa, dalle forze ambientaliste. “Perché il liberalismo sta svanendo e il nazionalismo è in ascesa?” si chiede Pat J. Buchanan. “Il liberalismo è un’idea che piace all’intelletto; il nazionalismo, invece, è radicato nell’amore per la famiglia, nella fede, nella nazionale, ed è nel cuore. Essere un orgoglioso polacco, ungherese, italiano o scozzese ha una maggiore presa sulla lealtà e fedeltà degli uomini, piuttosto che essere un cittadino d’Europa”.

La politica dell’identità, prosegue, fatta di “persone che si identificano per etnia, nazionalità, razza, cultura e fede, sembra essere il futuro del mondo”. Se l’identità in cui si riconoscono i sovranisti è quella dell’interesse nazionale sotto il profilo strategico e della comunità nazionale, delle sue tradizioni e dei suoi valori sotto l’aspetto culturale e ideologico, la sinistra liberale si riconosce invece nel cosmopolitismo, nel politicamente corretto e nella tutela delle minoranze (immigrati, Lgbt) e ora nella difesa dell’ambiente, e vede lo Stato come un ostacolo all’affermazione della propria agenda globalista.

Quest’ultimo tema è stato sviluppato dal prof. Patrick J. Deneen su InsideOver:Paradossalmente – scrive – il liberalismo oggi considera sospetta proprio quell’unità politica che si riteneva essenziale per la tutela dei diritti: lo Stato nazionale. I primi pensatori liberali ritenevano che lo Stato fosse la più completa forma di ordinamento politico e sociale che potesse essere creata con il consenso, nonché un’organizzazione globale in grado di garantire la libertà individuale dei suoi membri costitutivi”. Tuttavia, afferma, “oggi lo Stato è considerato da molti come una limitazione arbitraria su quella stessa libertà. In particolare esso rappresenta un limite al diritto alla completa mobilità in un mondo ormai privo di barriere geografiche, culturali, tecnologiche e persino linguistiche”.