Con la riconquista di Palmira in Siria e l’offensiva irachena a Ramadi l’Isis ha dato i primi segni di cedimento e la sensazione che la sua caduta possa avvicinarsi. L’intervento russo e l’avanzata dell’esercito di Damasco hanno mostrato che un’azione combinata può cambiare le sorti della guerra contro gli uomini del Califfato. Il prof. Gastone Breccia, autore del libro “Guerra all’Isis. Diario dal fonte curdo” edito da Il Mulino, ha trascorso tre settimane in Iraq lungo il fronte che divide il Kurdistan e lo Stato Islamico e ci ha raccontato come si svolgono i combattimenti sul campo e quali sono le ragioni della ritirata degli uomini di al-Baghdadi.Rispetto a quando ha chiuso il libro a gennaio, com’è cambiata la situazione sul campo alla luce dell’annunciata ritirata della Russia passando per la riconquista di Palmira da parte dell’esercito siriano?Quello che ha cambiato tutto è stato l’intervento della Russia. Penso che in queste settimane quello che sta succedendo sul campo, a cominciare dalla conquista di Palmira, sia merito di Mosca. Il fatto che i russi abbiano dimostrato sul campo che si può sconfiggere l’Isis, almeno sul terreno in una guerra che potremmo definire convenzionale, sta costringendo anche gli Stati Uniti e la coalizione occidentale a pensare a una collaborazione vera per intervenire e farla finita con l’Isis. Io posso scommettere che tra poche settimane ci sarà un’offensiva su Mosul in Iraq a guida americana e irachena. Per far vedere che anche l’Occidente è in grado di fare qualcosa e non solo i russi in Siria con Bashar al-Assad. Il vero cambiamento strategico è arrivato dai russi e questo potrebbe portare a un intervento di terra appoggiato dagli americani realizzato dell’esercito iracheno. Io sono ottimista per quello che può essere l’evoluzione militare sul terreno nel senso che l’Isis potrebbe avere i mesi contati se non lo settimane come occupazione del territorio.Qual è il ruolo della Turchia in questo nuovo scenario?Per Erdogan e la Turchia a questo punto diventa molto difficile destreggiarsi in una situazione che è stata modificata dall’intervento di Mosca perché il suo principale interesse è stato non sconfiggere l’Isis ma sconfiggere i curdi del PKK. Adesso Erdogan si trova nella condizione di avere la Siria che sta per essere liberata e sta per tornare sotto controllo di Assad e quindi le mire della Turchia sulla Siria sono fallite. Ankara si trova anche a gestire i curdi del Rojava che hanno conquistato sul campo un diritto all’autonomia, se non all’indipendenza, sia per aver combattuto in prima linea ma anche perché protetti dai russi e occidentali. Per quello che riguarda la Turchia al suo interno non è sbagliato affermare che ci troviamo difronte ad una specie di guerra civile sud-est del paese tra il centro di Diyarbakır e in confine iracheno.Parlando dello Stato Islamico lei è riuscito a capire chi sono in realtà? Sono solo terroristi, sono guerriglieri o si muovono come un esercito regolare?Quello che ho capito dalla mia esperienza in Iraq e Siria è che l’Isis è composta da almeno quattro elementi: i mercenari, che sono professionisti della guerra pagati per combattere e vengono sopratutto da Cecenia, Afghanistan e nord Africa; poi ci sono gli entusiasti come i foreign fighters che sono convinti di dare il proprio contributo alla rinascita del Califfato. A seguire ci sono formazioni di combattenti costretti alla guerra magari perché le famiglie sono state sequestrate; infine c’è un quarto gruppo formato dagli ex-soldati di Saddam Hussein. Questi ufficiali, in certi casi, costituiscono un po’ un handicap per l’Isis perché sono abituati a un modo di combattere troppo convenzionale, con l’appoggio di carri armati e artiglieria e mettendo sul terreno azioni tattiche che prevedono una serie di fasi e metodi di approccio alle posizioni nemiche tipiche della guerra simmetrica e questo è un limite perché l’Isis non ha i mezzi adatti a tattiche di questo tipo. Sul terreno l’Isis invece è molto più efficace dove impiega i mercenari come attentatori suicidi. Sul campo in Iraq e in Siria, il Califfato usa gli attentatori al posto dell’artiglierie che non ha. É una tecnica che hanno usato per conquistare sia Mosul che Tikrit.Quali sono le debolezze dell’Isis che hanno portato all’arretramento delle ultime settimane?Nell’estate del 2014 quando l’Isis ha preso Mosul e Tikrit si sono convinti di essere ormai sul punto di travolgere le difese di Iraq e Siria arrivando a Baghdad e Damasco. C’è stato un momento in cui nessuno gli resisteva. Alla fine sono arrivato al margine delle zone popolate dai sunniti e lì hanno capito che andare oltre era più difficile. Una delle svolte è stata la battaglia di Kobane. In quella circostanza si sono resi conto che erano finiti i bei giorni in cui avanzavano quasi senza incontrare resistenza. A Kobane, Sinjar e Tikrit si sono accorti di essere degli invasori e non più dei liberatori.Poi ci sono arrivate le prime sconfitte e a quel punto il morale si è deteriorato ulteriormente. I curdi mi hanno raccontato che si sono accorti abbastanza rapidamente dell’inversione di tendenza durante la battaglia di Kobane. A un certo punto i miliziani scappavano perché non avevano più la sensazione di poter vincere facilmente. Poi l’altro grande motivo dell’arretramento sono stati i bombardamenti dell’aviazione russa e la riorganizzazione sia dell’esercito iracheno che di quello siriano. Basti ricordare che la forza militare dell’Isis è relativamente scarsa. Mosul è stata conquistata da poche migliaia di combattenti con i pick-up della Toyota anche grazie alla fuga dei militari iracheni.Secondo lei per quale motivo non si riprende anche Mosul dato che la forza dell’Isis è in declino? Nel caso di un’offensiva si va verso un lungo assedio?Mosul non è ancora stata attaccata perché è un centro da un milione di abitanti e quindi c’è il rischio di fare una carneficina. Prima di attaccarla militarmente bisogna essere sicuri che la popolazione sia pronta a buttar fuori i miliziani e ad appoggiare un intervento iracheno con appoggio statunitense di aviazione e truppe speciali. Senza questi accordi sarebbe veramente imprudente l’attacco perché si rischia di trasformarla in una sorta di “Stalingrado dell’Isis” cosa che nessuno vuole. É noto che sono in corso trattative serrate con i capi tribù delle grandi famiglie sunnite della zona per avere la sicurezza che nel momento in cui da sud arrivino le truppe irachene e da nord scendano i peshmerga loro passino dalla loro parte cacciando le milizie dell’Isis. Rimane comunque una situazione complicata perché queste tribù non vedono molto di buon occhio né i curdi né il governo iracheno. In questo scenario il ruolo dei peshmerga rimane un ruolo di attesa perché non hanno nessuna intenzione di impegnarsi in un’offensiva contro Mosul. Da soli non hanno né la forza né l’interesse a farlo. Nel momento in cui l’esercito di Baghdad chiedesse il loro supporto interverrebbero chiedendo qualcosa in cambio come ad esempio migliori garanzie sulla loro indipendenze e consolidamento dei confini come nella zona di Kirkuk.A proposito dei Peshmerga curdi osservando il loro addestramento che idea si è fatto? Sono un vero esercito oppure restano guerriglieri di montagna?I Peshmerga per tradizione di famiglia hanno questa mitologia del guerriero di montagna che ha combattuto sempre contro nemici più forti. In realtà i giovani curdo-iracheni sono delle persone che hanno la loro vita, il loro lavoro e e solo quando serve vanno a combattere. Per questo motivo noi italiani e gli americani li stiamo addestrando per farne un esercito in grado di combattere. Come mentalità stanno diventando veramente l’esercito regolare del Kurdistan iracheno. Gli addestratori stanno creando un esercito a guida occidentale, con modi e addestramento occidentale. É un modo per rendere il Kurdistan iracheno una regione affidabile secondo gli standard occidentali. Una democrazia che faccia in nostri interessi.Molto diverso il discorso del PKK. Per prima cosa sono tutti giovani ad eccezione degli ufficiali di comando. Gli altri sono tutti giovanissimi e si dedicano solo a quello finché sono nel braccio armato del PKK non fanno altro e sono tecnicamente molto molto in gamba. Questi hanno delle capacità tattiche a livello delle nostre forze speciali. Sono abituati alla ricognizione coperta, all’infiltrarsi attraverso le linee nemiche, al cecchinaggio. Quindi sono dei professionisti della guerra. In realtà più di guerriglia perché non hanno armi pesanti e artiglieria e devono ricorrere a tattiche di fanteria leggera. Paradossalmente sono molto più bravi dei peshmerga.Secondo lei cosa manca per sconfiggere definitivamente l’Isis?Manca il sapere cosa vogliamo fare dopo nelle zone che adesso sono nelle mani dell’Isis. Perché quello che trattiene gli americani dall’impegnarsi è la mancanza di una strategia per il domani. Una volta che estirpiamo l’Isis che si fa di quella parte di territorio sunnita? Lo diamo ad Assad e ripristiniamo la Siria com’era prima della guerra civile e dividiamo in tre l’Iraq oppure creiamo un nuovo stato sunnita a cavallo della vecchia frontiera tra Siria e Iraq?Non c’è una strategia chiara. Mentre invece i russi hanno le idee chiare. Sono contenti del fatto che la Siria rimanga sotto controllo di un governo amico che gli consente di mantenere la basi navali e aerei nel Paese. I problemi sono di noi occidentali che avevamo puntato tutto sulla caduta di Assad che non si è verificata e in Iraq stiamo puntando sullo sviluppo del Kurdistan iracheno che però non piace a Baghdad. L’Isis si è consolidato per le idee confuse che ha avuto l’occidente su una serie di possibili soluzioni politiche. Adesso russi e americani parlano del futuro della Siria e se si troverà un accordo politico sul dopo si potrà arrivare all’annientamento dell’Isis.

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