È iniziata la caccia al responsabile su cosa non ha funzionato nei servizi d’intelligence dello Stato spagnolo, prima e durante il referendum secessionista che si è svolto in Catalogna. Perché se fino ad ora si è parlato di errori politici e di problemi legati al mantenimento dell’ordine durante le operazioni di voto, è chiaro che, a monte, c’è stata una falla nel sistema di sicurezza che doveva evitare che si giungesse a quanto è accaduto. E c’è chi inizia ad accusare il Centro Nacional de Inteligencia (Cni). Alcuni settori dell’intelligence del ministero dell’Interno di Madrid accusano infatti il Cni di non aver fatto il possibile per evitare quanto avvenuto il primo ottobre, in particolare sia nell’assenza di informazioni chiare da dare agli organi delle forze dell’ordine, sia per quanto riguarda la mancata prevenzione di “ingerenze straniere” che hanno collaborato con i separatisti affinché le urne fossero tenute nascoste fuori dal territorio spagnolo – in particolare in Francia – e arrivassero nei collegi nella notte tra il 30 settembre e il primo ottobre.

Quello che si sa, fino a questo momento, è che la urne per il referendum illegale sono state comprate in Cina. La Cina era insieme a Russia, Paesi baltici e altri Paesi balcanici una delle opzioni che, secondo il ministero dell’Interno, sarebbe stata presa in considerazione per l’acquisto dei contenitori per il voto. Secondo quanto rivelato da alcune fonti interne ai circoli indipendentisti, le urne sono state acquistate attraverso un’azienda cinese che opera nel commercio online, la Smart Dragon Ballot Expert. Il tutto al prezzo di cinque euro ad urna. E già qui, il Cni è accusato di non aver bloccato immediatamente le operazioni di acquisto contattando i servizi cinesi, che avrebbero potuto collaborare, eventualmente, con quelli spagnoli, per evitare che la trattativa di cessione andasse a buon fine. Le urne poi sono arrivate in Francia, in particolare a Perpignano, capoluogo dei Pirenei Orientali. Per giorni le urne sono state lasciate lì in magazzini all’interno del paese al confine con la Spagna e cuore del catalanismo francese senza che nessuno riuscisse né a localizzare i camion che le trasportavano né i magazzini dove erano state lasciate in attesa del voto. Una falla evidente nel sistema d’intelligence spagnolo ma anche nel rapporto con gli altri Stati coinvolti in questo traffico. Sta di fatto che queste urne hanno valicato il passo de la Junquera – confine tra Francia e Spagna – e altre sono arrivate al porto di Barcellona senza che nessuno dei reparti delle forze dell’ordine a presidio di queste aree sapesse che si poteva trattare di carichi sospetti. Il Cni ha risposto a queste accuse dicendo che sono stati gli agenti di polizia a non controllare i terminali in cui sono passate le urne, ricordando che erano loro quelli predisposti al controllo e non l’intelligence.

Gli altri passi falsi della scurezza spagnola sono arrivati nelle prime ore della mattina, già all’alba del primo ottobre. Un ramo dei servizi segreti di Madrid ha segnalato che il Centro Nacional de Inteligencia non abbia dato indicazioni chiare sul ruolo dei Mossos d’Esquadra. Secondo quanto rivelato da El Confidencial Digital, il vicepresidente del Consiglio, Soraya Sáenz de Santamaría, aveva ricevuto rapporti del Cni che confermavano che la polizia catalana sarebbe stata fedele al mandato costituzionale e che non sarebbe accaduto quanto poi invece è stato evidente, e cioè che i Mossos si sono trasformati in una forza politica che ha, di fatto, collaborato per l’attuazione del referendum. Queste garanzie ottenute dal governo centrale hanno fatto in modo che il ministero dell’Interno si sia fidato erroneamente della fedeltà della polizia della Catalogna nei confronti di Madrid e del loro stesso mandato statutario, evitando dunque che si arrivasse ad esautorare i loro poteri lasciando campo libero alla Policia Nacional e alla Guardia Civil per il controllo dei seggi prima degli interventi di smantellamento. Il Cni ricorda che aveva dato come una cifra intorno al 50% quella dei Mossos che avrebbero attuato secondo la legge.

A queste accuse, si aggiungono poi quelle altrettanto gravi, ma finora negate in radice dal Cni, di una possibile ingerenza straniera a sostegno degli indipendentisti catalani. C’è qualcosa che non torna nell’organizzazione di questo referendum. In primis, secondo Madrid non è possibile che i separatisti abbiano ottenuto autonomamente i sistemi informatici utili al censimento degli elettori e al conteggio dei voti. Un sistema centralizzato che il governo madrileno aveva bloccato che poi però è riapparso. Inoltre, e ancora più interessante, risulta molto difficile pensare che le più alte cariche del governo catalano siano riuscite a votare senza che le forze dell’ordine riuscissero a controllarne gli spostamenti. Un caso interessante è quello di Carles Puigdemont, che sembra che abbia cambiato l’automobile su cui viaggiava mentre passava sotto un tunnel. Da quel tunnel sono uscire in direzioni opposte due file di macchine con i vetri oscurati, rendendo impossibile all’elicottero della polizia poter controllare dove andasse il presidente della Generalitat. Che, infatti, ha potuto votare poi in un altro collegio, mentre tutti lo aspettavano in quello dove ha la residenza, anche grazie alla decisione presa pochi minuti prima del voto di dare la possibilità a chiunque di votare dove volesse senza obblighi di residenza.

Articolo di Lorenzo Vita