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Uniti sull’immigrazione, divisi sui rapporti con l’ingombrante vicino russo. La guerra in Ucraina acuisce la frattura già presente in seno al gruppo di Visegrad, da sempre spaccato tra chi considera la Russia una minaccia alla propria sicurezza e chi in questi anni ha deciso di stringere legami sempre più forti con Mosca.

Una crepa che si è allargata nelle ultime settimane, tra promesse interventiste e duri botta e risposta sulle sanzioni. Da una parte c’è Varsavia, pronta a fornire aerei all’Ucraina e a lanciare una missione di “peacekeeping” nel Paese. Dall’altra Budapest, disposta a mettersi in gioco sul fronte dell’accoglienza ma non a schierarsi in un conflitto che, ha tuonato nei giorni scorsi il premier Viktor Orbán, finirebbe per danneggiare i cittadini ungheresi.

La visita dei premier a Kiev

Non è un caso che il premier magiaro non abbia partecipato al viaggio dei capi del governo polacco, ceco e sloveno per incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev. Un’iniziativa diplomatica autonoma, annunciata dal primo ministro di Varsavia Mateusz Morawiecki al summit dei leader europei di Versailles, non senza una velata critica ai Paesi dell’Europa occidentale, accusati di essere troppo tiepidi di fronte al grido d’aiuto del governo ucraino.

L’obiettivo dei tre premier era quello di “confermare l’inequivocabile sostegno dell’intera Ue alla sovranità e indipendenza dell’Ucraina e per presentare un vasto pacchetto di sostegni allo Stato e alla società”. Ma se in Polonia i giornali filo-governativi hanno celebrato il coraggio della delegazione dei Paesi dell’Europa centro-orientale, da Bruxelles si sono affrettati a precisare come la missione di Morawiecki, Jansa e Fiala non avesse alcun mandato da parte del Consiglio europeo. Qualcuno, poi, più a bassa voce, non ha mancato di far notare i rischi dell’operazione.

Il no di Budapest alla fornitura di armi a Kiev

Anche l’Ungheria, quarto componente dell’alleanza nata all’inizio degli anni ’90 nel castello di Visegrad, si è dissociata dalla strategia portata avanti dai “falchi” guidati dal governo polacco, che promettono all’Ucraina armi e sostegno politico per l’accelerazione delle pratiche per l’ingresso nell’Ue. La posizione di Budapest viene chiarita dal premier Orbán a margine del vertice straordinario della Nato dei giorni scorsi. “L’Ungheria non manderà soldati in Ucraina”, oltre a “non mandare armi e a non far transitare le armi dirette in Ucraina attraverso il territorio ungherese”.

La priorità, spiega il primo ministro magiaro, è che “la guerra non si allarghi in alcun modo oltre i confini dell’Ucraina”. “Per questo – ha aggiunto – abbiamo anche respinto l’idea di una no-fly zone che equivarrebbe a una guerra aerea”. Sì, dunque, al dispiegamento delle forze della Nato per “motivi difensivi” e per garantire la sicurezza degli ungheresi, ma di armare l’esercito ucraino, chiariscono da Budapest, non se ne parla.

La battaglia sul gas russo

Un capitolo altrettanto importante è quello delle sanzioni, una delle armi principali dell’altra guerra, quella che si combatte sui mercati internazionali e che punta ad indebolire l’economia russa per costringere il Cremlino a venire a più miti consigli. La Polonia chiede di seguire la strada tracciata da Londra e Washington bloccando le forniture di gas, petrolio e carbone e punta il dito contro i Paesi più “moderati”. Tra questi, oltre ad Austria e Germania, c’è anche l’alleato ungherese.

Incalzato dal presidente ucraino, che ha chiesto a Budapest di schierarsi apertamente contro Mosca e prendere posizione a favore dell’estensione delle sanzioni al settore energetico, Orbán ha ribadito che continuerà ad “opporsi all’estensione delle sanzioni ai vettori energetici russi in tutti i forum europei”. Il motivo è semplice: “L’85 per cento del gas e più del 60 per cento del petrolio in Ungheria provengono dalla Russia”. Le sanzioni, quindi, sottolineano da Budapest, avrebbero un effetto devastante sull’economia nazionale. “Non possiamo permettere che il prezzo della guerra sia pagato dalle famiglie ungheresi”, mette in chiaro il capo del governo magiaro.

“Non siamo gli unici a pensarla così”, assicura. Il riferimento è in primis alla Germania, che guida il fronte dei Paesi scettici sulla chiusura dei rubinetti del gas in arrivo dalla Russia.

Il futuro dell’Ucraina nell’Ue

Polonia e Ungheria sono divise anche sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Il premier polacco Morawiecki ha promesso a Zelenski di impegnarsi per convincere gli altri Stati membri a conferire il prima possibile a Kiev lo status di candidato all’adesione. Sono d’accordo gli omologhi ceco e sloveno, mentre da Budapest restano più cauti. La ragione va ricercata anche nelle tensioni tra il governo ucraino e quello ungherese sui diritti della minoranza magiara della Transcarpazia, regione ucraina di circa 1,2 milioni di abitanti al confine con l’Ungheria.

Gli attriti tra Budapest e Kiev si erano acuiti qualche anno fa, quando l’Ucraina approvò una legge che imponeva l’insegnamento della lingua ucraina su tutto il territorio nazionale e la sospensione di quello degli idiomi delle minoranze etniche nelle scuole secondarie. Una mossa principalmente anti-russa, vista però dal governo di Orbán come un attacco ai 150mila ungheresi residenti nel territorio amministrato dal governo ucraino. Tanto che, all’epoca, l’esecutivo magiaro usò proprio la minaccia di una possibile opposizione al percorso di integrazione europea dell’Ucraina come leva nelle trattative.

Il nodo dei migranti

L’unico collante rimasto a tenere insieme il gruppo di Visegrad nei giorni concitati del conflitto in Ucraina, quindi, sembra essere quello della critica alle politiche migratorie dell’Ue. Sia Budapest che Varsavia, infatti, accusano l’Ue di averle lasciate sole nel sostenere l’accoglienza dei profughi ucraini.

“Abbiamo ricevuto dai paesi dell’Europa occidentale tante promosse ma poche sono state realizzate”, ha detto nei giorni scorsi ai microfoni di Tv2000 il sottosegretario per i rapporti con le Chiese e le minoranze del governo ungherese, Miklòs Soltész, sottolineando gli sforzi messi in campo per fronteggiare l’esodo dalle città bombardate e dare accoglienza ai rifugiati. Una posizione condivisa anche dai colleghi polacchi, che spronano Bruxelles a fare di più per gestire l’emergenza.

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