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Non c’è pace in Corsica. Nella notte di domenica a Furiani un centinaio di manifestanti hanno cercato d’assaltare la locale caserma dei CRS (i “celerini” francesi) a colpi di bottiglie molotov. Risultato: la polizia ha tirato sulla folla oltre 2330 granate lacrimogene ferendo seriamente sette dimostranti. Per tutta risposta Pascal Zagnoli, portavoce del “Partito della Nazione Corsa” (PNC), una delle principali formazioni dell’articolato fronte nazionalista isolano, ha tuonato: “la mobilitazione deve continuare”. L’incendio non si placa.

Tutto ha avuto inizio il 2 marzo scorso con l’aggressione in carcere di Yvan Colonna, uomo simbolo dell’indipendentismo corso condannato all’ergastolo per l’uccisione nel 1998 del prefetto Claude Erignac. Il 21 marzo, dopo tre settimane d’agonia, Colonna è morto e sul tragico episodio — su cui è stata aperta anche un’inchiesta parlamentare — rimangono molte ombre. L’aggressore, Franck Elong Abè, è un fondamentalista islamico, catturato dagli americani in Afghanistan, estradato nel 2019 in Francia. Noto per la sua estrema pericolosità era sottoposto a sorveglianza speciale, eppure per dieci lunghi minuti nessuno lo ha controllato mentre nella palestra del carcere di Arles picchiava e poi strangolava Colonna…

Da subito la notizia ha riacceso l’intera Corsica rompendo il precario equilibrio instaurato, dopo decenni di violenze, omicidi e attentati, tra Parigi e l’isola e riportando il dossier Corsica tra le priorità assolute di Emmanuel Macron, presidente uscente e (molto probabilmente) a maggio rientrante.

Per comprendere l’intricata vicenda dobbiamo un passo indietro.  Nel 2014 Gilles Simeoni, leader degli autonomisti e figlio dell’avvocato di Colonna, conquistava il comune di Bastia grazie ad un’alleanza con i movimenti indipendentisti (circa il 15 per cento dell’elettorato isolano). Un successo allora insperato che convinse i duri del Fronte di Liberazione Nazionale Corso (FNLC) a deporre le armi e uscire dalla clandestinità. L’anno dopo la coalizione vinceva le elezioni regionali con un programma per un’autonomia graduale. Una politica dei piccoli passi che però finì per scontentare gli impazienti (e litigiosissimi) alleati nazionalisti poi prontamente scaricati nelle elezioni del 2021, vinte nuovamente da Simeoni con la sua lista “Fà Populo Inseme”.

Un successo pieno che però Parigi ha sempre faticato a riconoscere, nicchiando ogni volta che il governo regionale ha cercato di aprire una trattativa. “Negli anni i governi francesi hanno costantemente allargato il perimetro del non negoziabile”, lamenta Simeoni, “All’inizio ci hanno assicurato che cessata la violenza avrebbero aperto un dialogo. Poi ci hanno detto si poteva discutere di tutto salvo che dell’indipendenza, poi dell’uso ufficiale della lingua corsa, infine dell’autonomia”.

Un atteggiamento ondivago perseguito anche da Macron che, una volta eletto, ha cercato di mettere la sordina al fastidioso dossier, scordando le promesse fatte nella campagna del 2017 per una riforma costituzionale e ignorando le richieste sull’adozione del bilinguismo, il rafforzamento dei collegamenti marittimi e il trasferimento sull’isola dei prigionieri politici (tra cui Colonna) detenuti negli stabilimenti continentali. Una somma d’incomprensioni e rancori che la morte dell’indipendentista ha aggravato ulteriormente saldando nuovamente un fronte comune tra i diversi movimenti. Non caso ai funerali di Colonna, celebrati in un tripudio di folla e bandiere il 25 marzo a Cargése, erano presenti le più alte autorità regionali guidate Simeoni e la sua vice Antoinette Maupertuis assieme ai capi dei partiti indipendentisti — Paul Felix Benedetti del PNC, Jean Guy Talamoni di “Corisca Libera” — e vecchi militanti della linea “dura” come Charles Pieri, Marcel Istria, Vincent Andriuzzi e Jean Castella. Tutti ad onorare il defunto, “eroe corso, vittima dello Stato francese“.

Macron, preoccupato dalla rabbia che da settimane scuote l’intera isola, ha dato mandato al ministro dell’Interno Gérald Darmanin per “aprire un ciclo di negoziati senza precedenti” sulla possibile autonomia e ha dato l’assenso al trasferimento dei detenuti. Un passo in avanti che però non ha placato i corsi e tanto meno Simeoni che resta scettico sulle reali intenzioni di Parigi: “Dietro a queste presunte aperture non possiamo escludere l’ipotesi di una manovra opportunistica o l’assenza di una chiara volontà politica”. Insomma vedere per credere. E intanto le piazze si mobilitano e si infuocano.

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