La geopolitica della corsa allo spazio
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Viktor Orban è stato rieletto con la maggioranza assoluta per il quinto mandato da capo del governo in Ungheria. Il leader magiaro, campione dei sovranisti europei e nemico numero uno dei progressisti del Vecchio Continente, è figura divisiva ma complessa. Con un’agenda politica chiara, sviluppata negli anni e articolata, fondata su un forte identitarismo trasmesso da Orban alla sua creatura politica, Fidesz, vero e proprio partito-Stato che governa il Paese. Andrea Muratore e Emanuel Pietrobon hanno studiato la figura del leader magiaro nel saggio La visione di Orban. Come Fidesz ha cambiato l’Ungheria”, edito da GoWare, di cui di seguito vi presentiamo un estratto.


In un celebre discorso del 2014, Viktor Orbán ha esplicitamente mostrato la reale portata del suo disegno proponendo il superamento della democrazia liberale con un nuovo tipo di organizzazione della comunità nazionale, la “democrazia illiberale”, passante proprio per l’istituzionalizzazione di un nuovo baricentro di potere e invitando a “pensare a dei sistemi che non sono democrazie occidentali, non liberali, forse nemmeno democratiche, e tuttavia che rendono le nazioni efficienti. Oggi, le star delle analisi internazionali sono Singapore, Cina, India, Turchia, Russia. […] Una democrazia non è necessariamente liberale”.

Questa visione, come si vedrà, svelava l’ambizione di dotare di una propria soggettività l’Europa centrale, regione enfaticamente definita “diversa dall’Europa occidentale” nell’altrettanto discorso in Transilvania nel 2018, da costruire attorno al rifiuto del multiculturalismo e dell’immigrazione e alla difesa di cristianità, famiglia tradizionale e settori strategici dell’economia. “Credo che non ci sia un politico più europeo di Viktor Orbán, che al tempo stesso è tipicamente ungherese”, ha detto Aaron Mathe sul progetto del politico magiaro. “Secondo me, il suo vero sogno è la ricostruzione di un’Europa cristiano-democratica. I suoi oppositori politici e i suoi nemici, invece, sono chiaramente antieuropei: rigettano tutto ciò che ha reso grande la civiltà occidentale. È importante, in questo contesto, non fare confusione tra Europa e Unione Europea”, componente centrale nella visione orbaniana del mondo.

Si può, in quest’ottica, parlare di una “dottrina Orbán” per la politica istituzionale? Come visto già in precedenza, il leader magiaro ha unito in forma originale convinzioni politiche personali, tatticismi e input esterni per creare un disegno politico a sé stante nel panorama europeo.

Il gradualismo dell’applicazione dell’agenda politica, come ricordato in precedenza, ha richiamato apertamente a quanto fatto in altri Paesi, come la Turchia di Erdoğan; la riforma costituzionale ungherese non è stata, al contempo, un unicum, inserendosi nel grande filone delle costituzioni verticistiche ed “emergenziali” dell’era della globalizzazione.

La società dell’era delle “crisi infinite” è governata da una politica che ha, al massimo, come via di fuga lo stato d’emergenza, ovvero l’attestazione della necessità di imporre una fase extra-ordinaria per governare le ore più buie di una fase caotica al di fuori delle normali leggi del gioco democratico. Usa e Francia hanno introdotto importanti norme anti-terrorismo, ad esempio; in Italia per due volte, nel 2006 e nel 2016, gli elettori hanno bocciato riforme costituzionali proposte da singole coalizioni come carte partigiane centrate sull’accentramento dei poteri sul governo di Roma; nei regimi esterni all’Occidente classico le nuove costituzioni dell’era contemporanea (dal Venezuela alla Turchia, passando per la Polonia e arrivando all’Ungheria) contemplano gli stati d’eccezione, sono presidenzialiste (o centrate su larghi poteri per l’esecutivo) e verticiste. Come se il vero stato d’eccezione non fosse, in fin dei conti, che l’incapacità di governare realmente la globalizzazione e i suoi processi, l’instabilità di un mondo che decenni fa si riteneva possibile unificare con le leggi disciplinate del commercio e del mercato e che oggi si mostra in difficoltà di fronte alla prevenzione del rischio.

In questo senso, la dottrina politica di Orbán individua il governo dell’emergenza come l’innalzamento di muri alle ideologie politiche e alle dottrine economiche che possono perturbare l’identità sociale degli ungheresi: l’enfasi tradizionalista, il richiamo alla famiglia naturale, l’avversione alle Ong straniere, ai migranti e al suo storico patrono George Soros, la crociata contro un presunto e onnipresente “globalismo” corruttore vanno di pari passo con l’opposizione ai dogmi del neoliberismo economico. Dopo lo schiacciante successo elettorale del 2014 Orbán ha seppellito definitivamente i dogmi neoliberisti presentando la sua idea di Stato come entità di costruzione, rinvigorimento e organizzazione della comunità nazionale, rilanciando politiche economiche assertive e in controtendenza con le prescrizioni dell’Unione europea.

[…]

Questi principi sono stati portati avanti non senza un velato tentativo di governare la contraddizione: ad esempio, l’atteggiamento sul tema dell’influenza reale o presunta di Soros nel Paese come portatore di idee e visioni allogene è andato di pari passo col tentativo di seguire, a lungo, un altro zio d’America, Steve Bannon, istituzionalizzando come modello di una presunta visione sovranista globale la nuova Ungheria orbániana; tale manovra è stata decisamente emblematica della capacità di Orbán di giocare con astuzia e abilità politica sul filo della contraddizione. Il tema del rapporto tra Ungheria e Unione Europea e la questione dei migranti ne sono un plastico esempio.

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