Sono quasi tre anni che in Camerun è in corso una violenta guerra civile che ha le sue radici storiche nel colonialismo. Le regioni anglofone (25 milioni di abitanti) chiedono maggiore autonomia e rispetto dei propri diritti, mentre il governo di Yaoundé nega addirittura che ci sia una crisi, che fino ad oggi ha causato oltre 500mila sfollati interni.

Una colonia per tre colonizzatori

Il Camerun diviene ufficialmente una colonia tedesca nel 1885 in seguito alla Conferenza di Berlino, in cui gli Stati europei si spartiscono i territori del continente africano. Dopo la seconda guerra mondiale, la Germania perde i suoi possedimenti coloniali. Il Camerun è diviso fra Gran Bretagna (regioni Occidentali e Settentrionali) e Francia, che ricevono il mandato ufficiale della Società delle Nazioni nel 1922. Il Camerun francese raggiunge l’indipendenza nel 1960, quello britannico l’anno successivo. La parte Settentrionale, degli ex possedimenti del Regno Unito, sceglie di annettersi alla Nigeria, mentre la regione Occidentale, che affaccia sul Golfo di Guinea, entra a far parte della nascente Federazione del Camerun (bilingue). Nel 1972 il presidente camerunense Ahmadou Ahidja abolisce ufficialmente il federalismo e divide l’area anglofona in due province: la provincia del Nord – Ovest e quella del Sud – Ovest. L’opera di centralizzazione prosegue con Paul Biya in carica dal 1982. L’anziano presidente camerunense, recentemente riconfermato con il 71% dei consensi, nei suoi 37 anni di governo ha attuato un progressivo appiattimento dell’identità binaria del Camerun, a favore dell’elemento francofono.

La peggiore crisi della storia del Camerun

Una tale gestione ha accresciuto ed esacerbato il sentimento di frustrazione delle regioni anglofone, che esplode nell’Ottobre 2016, quando Yaoundé invia, nei tribunali e nelle scuole, giudici e professori francofoni che non hanno conoscenza dei sistemi legislativi e educativi locali. I separatisti sono stati a lungo in minoranza rispetto ai moderati che chiedevano maggiore autonomia e gli stessi diritti della popolazione francofona, ma una così evidente ingerenza di Paul Biya è letta come il definitivo atto di consacrazione della supremazia francese. Avvocati, professori e studenti scendono in piazza. La risposta del governo centrale, inizialmente moderata, in pochi mesi si trasforma in una lotta senza quartiere contro i separatisti, dando il via a una guerra civile che ha radici in una più ampia crisi socio – politica. Dal 2017 in poi si assiste a un’escalation delle violenze perpetrate a danno dei civili. A oggi il conflitto ha causato 530 000 sfollati interni; 35 000 rifugiati in Nigeria; la distruzione di oltre 170 villaggi; 1885 morti (1000 separatisti, 235 tra soldati dell’esercito regolare e polizia, 650 civili). A questi vanno aggiunti un numero imprecisato di arresti tra le file degli anglofoni e il totale blocco d’internet nelle due province.

Gruppi armati contro le forze speciali

Dopo una prima fase in cui Nazioni Unite e attori internazionali si sono disinteressati della crisi, nell’ultimo anno è emersa con evidenza la portata della guerra civile, anche a causa delle ripetute violazioni dei diritti civili e umani ai danni della popolazione anglofona non coinvolta direttamente nel conflitto. Queste violazioni portano la firma delle due fazioni che si contrappongono: esercito e polizia regolare, fedeli al governo centrale, e il CAA (Consiglio per l’autonomia dell’Ambazona), che racchiude al suo interno almeno sette sigle di combattenti. Tra questi gruppi quelli maggioritari sono il Manyu Tigers, guidato da Martin Ashu con circa 500 elementi, l’SCDF di Ebeneze Akwanga che consta di 400 unità e l’ADF di Benedict Kuah, tra i 200 e i 500 uomini. Per contrastare le milizie separatiste, il governo ha messo in campo il Battaglione di Intervento Rapido (BIR), una forza d’elite, nata per contrastare le infiltrazioni di Boko Haram nel Nord del paese. Il prezzo di questa violenta guerra civile sta ricadendo sulla popolazione delle due province costretta a subire violenze, torture, esecuzioni sommarie e distruzione delle proprie case, operate dal BIR, principalmente, e dai separatisti.

Oggi, a quasi tre anni dall’inizio delle proteste, il sogno di una pacifica indipendenza è definitivamente sfumato, trasformandosi in una guerra civile, la peggiore della storia del Camerun. La risoluzione di questa crisi potrà avvenire unicamente tramite il dialogo fra le due parti: Paul Biya dovrebbe rinunciare all’idea di una rapida vittoria militare; i moderati e federalisti, che continuano a essere la maggioranza, dovrebbero isolare i gruppi armati separatisti, organizzando una piattaforma di dialogo, per parlare con un’unica voce. A quasi Sessant’anni dall’indipendenza, il Camerun paga ancora il peso di una spartizione coloniale arbitraria e scellerata che ha condizionato, e forse reso impossibile, la creazione di un’identità nazionale forte e coesa.