Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava con una ristretta maggioranza a favore dell’uscita dall’Unione Europea, trainato dalla vittoria del Leave sul Remain in Inghilterra e Galles. Spinto dalla presa di posizione dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage e dalla spinta pro-Brexit del campo maggioritario del Partito Conservatore britannico, il Regno Unito decise di rompere il cordone ombelicale con Bruxelles 43 anni dopo l’ingresso nell’allora Comunità Economica Europea. Un cordone, invero, meno stretto di quello del resto dell’Europa, dato che già Margareth Thatcher, col suo storico “I want my money back”, aveva reso Londra meno impegnata a finanziare l’agenda comunitaria, mentre John Major e Tony Blair, rifiutando di unirsi all’euro, avevano difeso l’indipendenza della sterlina.
Il trauma della Brexit
La rottura della Brexit sul breve periodo fu la più importante eruzione elettorale di un anno destinato a presentare, pochi mesi dopo, l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e a manifestare la nascita di una nuova ondata populista e nazionalista. Dieci anni dopo, possiamo leggerla retrospettivamente come una sconfitta per tutti. Non ha vinto il Regno Unito, se le premesse di Farage e dei tribuni pro-Brexit come il futuro premier Tory Boris Johnson vengono rilette oggi: Londra non è riuscita a distanziarsi dal trend di declino globale che condiziona l’Europa tutta. Non c’è stato un miglioramento delle condizioni di vita.
Nessuna nuova primavera economica è emersa e il sogno della “Singapore sul Tamigi”, moderna nave corsara finanziaria pronta a solcare i mari della globalizzazione, è rimasta tale assieme ai progetti di una Global Britain. Parimenti, è rimasta lettera morta l’idea di far rinascere la periferia inglese deindustrializzata e marginale che, contraddittoriamente, conviveva assieme all’utopia libertaria in campo finanziario come principale promessa dei fautori del Leave. L’austerità ha falcidiato le comunità locali, il debito pubblico è esploso, il Regno Unito ha conosciuto diversi shock elettorali e una crisi incipiente dell’inflazione e del costo della vita per tre volte in sei anni: durante la pandemia di coronavirus, che acuì le disuguaglianze territoriali, all’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’attuale crisi del Golfo.
A perdere è stata anche l’Inghilterra, intesa qui non come metonimia della terra albionica ma proprio come suo principale corpo costituente: sfidata dai nuovi nazionalismi celtici, separatisti e centrifughi, ferita dalla faglia tra le Midlands e la prospera Londra, incerta e zoppicante, l’Inghilterra è tornata terreno di caccia per il populismo incendiario di Farage, tornato in versione remigrazionista, pronto a dare all’ambientalismo e al woke la colpa di ciò che non è andato dal 2016 ad oggi.
Uno shock per l’Europa
Intanto, su alcuni fronti l’Europa è arrivata là dove Londra sognava di giungere firmando accordi commerciali con l’India, il campo del Mercosur e l’Australia mentre il Regno Unito ha avuto meno potere negoziale in campo commerciale e non si è emancipato su quello geopolitico, subendo sempre più l’attrazione fatale americana e provando a rifarsi solo lanciando una proiezione in Europa Orientale contro l’arcirivale russo per proiettare influenza. Ma proprio per questo si può dire che abbia perso l’Europa tutta dalla Brexit. L’uscita del Regno Unito avrebbe potuto essere la base per serrare le fila e fare dell’Unione Europea, persa l’anomalia frenante britannica, un soggetto più coeso e coerente, magari con una crescente agenda di potenza.
Così non è stato e anche per l’Ue la Brexit è stata un’occasione perduta, mentre da fuori Londra faceva sentire la sua influenza per tirare a sé una parte del blocco dei Ventisette sul fronte del contenimento antirusso. Insomma, l’Inghilterra ha messo in discussione la sua autorità e centralità nel cuore del Regno Unito, il Regno Unito è passato dall’essere un membro integrante dell’Ue a uno dei molti Paesi dell’Anglosfera sul proscenio mondiale e la Global Britain sognata da Johnson e i suoi alleati è stata poco e nulla Global e rischia nei prossimi decenni di non essere nemmeno più Britain, l’Europa ha conosciuto una nuova faglia capace di renderla sempre più periferica per il fatto di non aver saputo vedere nella crisi della Brexit un’opportunità. Hanno perso tutti, e dieci anni dopo è più insicuro il Regno Unito nel mondo, lo è l’Europa, lo è l’operaio delle Midlands che ha votato la Brexit temendo idraulici polacchi, concorrenza salariale al ribasso e tutto ciò che la propaganda dei vari Farage presentava come minaccia esistenziale. Vincono tutti tranne i tribuni di ieri. Oggi in cima ai sondaggi nel Regno Unito. Ma che potrebbero essere potenzialmente chiamati, in futuro, a governare i cocci che essi stessi hanno infranto.
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