“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”. No, non ci rivolgiamo a Napoleone, ma strappando i versi del magnifico Manzoni a RobertBobby” Sands. Che moriva in questo stesso 5 maggio, non di duecento, ma di quaranta anni fa, dopo un digiuno imperterrito durato 66 giorni, speso fino alla morte nel blocco H del penitenziario di Long Kesh, il “labirinto”.

La storia che conosciamo, di lui, e degli altri nove hunger strikes che hanno trovato la morte per fame nella ferma intenzione di riottenere lo status di prigionieri politici (precisamente Special Category Status, Scs), dunque il diritto d’indossare i propri vestiti invece delle uniformi carcerarie, ci è stata raccontata dalle sue stesse parole – vergate col refill di una penna biro su strappi di carta igienica, in una cella i cui muri venivano giornalmente ricoperti di escrementi per rimostranza nei confronti delle guardie carcerarie che sottoponevano Sands e i suoi compagni a continue ispezioni e pestaggi poiché ritenuti – e sospendiamo il giudizio che non ci compete – “terroristi” duramente osteggiati dal governo britannico presieduto allora da Margaret Thatcher, che mantenne una linea estremamente dura nella guerra civile che allora si combatteva nell’Irlanda del Nord. Loro, i prigionieri del labirinto, risposero con lo sciopero della fame e con la “protesta dello sporco”. Erano esseri apparentemente inermi, nudi sotto le cenciose coperte, che covavano il coraggio e la determinazione che avrebbe infiammato gli animi dell’Ira, contribuendo a spianare la strada alla sua ala politica tutt’ora in auge: il Sinn Féin, che in gaelico significa “noi stessi”.

Una ferita ancora aperta

Una ferita ancora aperta quella della morte di Sands; della morte di dieci uomini, repubblicani cattolici, che si battevano per la riunificazione dell’Irlanda contro i lealisti di Belfast, i Royal Ulster Constabulary (Ruc) devoti alla corona britannica e al governo di Londra, che per “dare una lezione” finì con l’inviare i paracadutisti dell’esercito. Una formazione militare inadatta a contenere una “semplice” rivolta popolare, che finirà per sparare sulla folla di facinorosi nel cosiddetto Bloody Sunday, uccidendo 14 persone che diverranno martiri di un conflitto ancora vivo, gli stessi ai quali è dedicata quella canzone degli U2 che abbiamo sentito centinaia di volte: “There’s many lost, but tell me who has won?”

Quando nel 1978, i detenuti del “labirinto” iniziano la protesta dello sporco per riacquistare il loro status di prigionieri di una “categoria speciale”, l’allora 27enne Bobby Sands, impegnato a scontare una pena di 14 anni per detenzione d’arma da fuoco e per essere membro del gruppo paramilitare Provisional Ira, è il capo, o più precisamente Oc (Officer Commanding, ndr) di oltre 400 detenuti che non ritenevano come lui di aver commesso un “crimine qualsiasi” – come invece asseriva il primo ministro Thatcher – ma d’essere combattenti di una “guerra di liberazione nazionale” che durava dal 1916, dalla “Rivolta di Pasqua” scoppiata nelle strade di Dublino, e che per questo si erano inquadrati nell’Ira, fondato da Michael Collins, presidente del breve Stato Libero d’Irlanda, assassinato nel 1922.

I prigionieri del blocco H dormivano tra i vermi, su strappi di pezza che rimanevano zuppi di urina che riversavano per terra – poiché non volevano usare i sanitari – “era scomodo, faceva venire i brividi, ma quello era il campo di battaglia che era stato creato per noi”, raccontavano i detenuti fedeli a Sands, che il 9 aprile 1981, dopo 54 giorni di sciopero della fame, era stato eletto deputato alla Camera dei Comuni, “battendo di misura” il suo rivale unionista Harry West, con un’affluenza alle urne dell’87%. Fu allora che, nonostante le lunga mediazioni di un agente dell’MI6 (servizio segreto britannic, ndr) per mettere fine alla protesta, gli altri detenuti accolsero la vittoria come una ragione in più per continuare a lottare e sostenere la loro causa. Se la “Lady di ferro” non intendeva piagarsi, la volontà di ferro dei prigionieri avrebbe fatto altrettanto. Intanto, fuori, i repubblicani irlandesi promettevano il voto allo Sinn Féin – sebbene Sands si fosse candidato come esponente dell’Anti H-Blocks/Armagh Political Prisoner.

Alla fine del mese di aprile, Bobby Sands ormai era ridotto allo strenuo della resistenza fisica, giaceva nella sua cella e pesava appena 44 chili. Il suo corpo era stato sistemato sotto una coperta per “per evitare che le ossa gli bucassero la pelle”, dicono. Il suo volto era sfigurato dalla fame, e i suoi sensi ormai inibiti dalle prolungate privazioni. Quei momenti, tragici, sono stati raccolti in Scritti dal carcere. Poesie e prose (Pagina uno): “È una questione tutta psicologica, che mira a creare frustrazione, depressione, disperazione e cosìì via. Tutta orientata a spezzare il tuo spirito, a logorare la tua mente e la tua resistenza, se glielo permetti!”. Ricoverato nell’infermeria del carcere, dopo cinque attacchi di cuore, morirà il 5 maggio del 1981, a soli 27 anni. A nulla servirono le mediazioni della Commissione europea dei diritti umani, o lo sforzo spirituale del Vaticano, dal quale papa Giovanni Paolo II invio messaggi di conforto e un emissario che avrebbe donato a Sands un crocifisso. Nei mesi successivi, altri nove degli “hunger strikers” moriranno come lui a causa delle privazioni sopportate. Secondo la Thatcher, ritenuta un'”assassina” dai repubblicani irlandesi e dai socialisti d’Europa, quegli uomini si erano “condannati” da soli. Aggiungendo, irremovibile, che era stato Sands “a scegliere di togliersi la vita” – “una scelta che la sua organizzazione non aveva concesso a molte delle sue vittime”. Nonostante questo, all’inizio di ottobre, ai detenuti del blocco H del penitenziario di Long Kesh, veniva concesso di indossare i propri vestiti: non le uniformi a righe, non gli indumenti nuovi comprati per detenuti nell’intento di una mediazione; ma i loro abiti con cui erano stati arrestati e trasferiti al sito di detenzione. L’avevano avuta vinta loro. L’aveva avuta vinta il giovane ragazzo della working class che aveva scritto sull’ultimo pezzo di carta igienica del suo diario:

Verrà un giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna

Più di 100mila persone presenzieranno al funerale di Sands a Belfast. Il feretro, sul quale spiccava il tricolore irlandese, venne accompagnato dai membri dell’Ira che sfilavano in tuta mimetica al suono delle cornamuse, con i loro passamontagna a proteggere il volto e il passo marziale degli eserciti. Nel libro Sands scrive riferendosi a se stesso e agli anni dell’adolescenza – quando appena diciottenne entrò a fare parte dell’Esercito repubblicano irlandese:Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista”. Ma queste non possono essere le semplici parole di un ragazzo. Erano le parole di un uomo. Un uomo affamato, sì, di un sogno che per lui valeva più della vita.

L’eredità di un sogno

I successi elettorali ottenuti dai detenuti politici dopo l’elezione di Sands, saranno il prodromo di un lungo percorso politico che vedrà il Sinn Féin in parlamento nel 1997, e vedrà ratificati gli accordi del Venerdì Santo nel 1998 – una serie di complesse disposizioni relative allo status e al sistema governativo dell’Irlanda britannica, le relazioni con l’Irlanda indipendente, e le relazioni tra di esse in temi di sovranità diritti civili e culturali, nonché alla smilitarizzazione. Questi progressi negli anni della distensione non sono stati sufficienti ad estirpare un “odio profondo, radicato da entrambe le staccionate di questo divario culturale”. Nonostante le nuove rappresentanze, e le nuove sfide, non ultima la destabilizzazione portata dall’evento Brexit, i “troubles” e i loro eredi, ossia coloro che hanno preso parte ai “disordini”, il conflitto a bassa intensità che si è consumato tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta in Irlanda del Nord, sembrano ancora attivi. Non dimenticando mai i loro martiri e la causa. “Il sogno di Bobby continua e continua la lotta delle forze repubblicane per un’Irlanda unita, libera e egualitaria”, ha affermato Mary Lou McDonald, leader del partito Sinn Fein, che si batte per riunificare dell’Irlanda britannica con quella resasi indipendente nel 1922. Una realtà che appena un anno fa ha visto il Servizio d’Intelligence per le questioni “interne”, ossia l’MI5, inviare in Irlanda del Nord ben settecento ufficiali per combattere la minaccia alla sicurezza proveniente dei gruppi armati repubblicani del New Ira: l’esercito repubblicano ancora in auge che secondo un vecchio membro dell’organizzazione paramilitare, vedrebbe solo a Belfast “più di 200 volontari in grado di progettare diverse operazioni”. Lasciandoci immaginare che sono in molti nell’Irlanda britannica a continuare la loro lotta per l’indipendenza da Londra, sebbene Boris Johnson sia alla ricerca di un’intesa per una sancire una prolungata stabilità.

In un vecchio articolo citato in  “Un giorno della mia vita” di Sands, un giornalista estremamente allineato con la politica repressiva di allora, scrisse: “In Irlanda, nel corso dei secoli, abbiamo provato ogni formula: governo diretto, indiretto, genocidio, apartheid, parlamenti farsa, parlamenti veri, legge marziale, civile, colonizzazione, riforma della terra, divisione del Paese. L’unica soluzione che non abbiamo ancora provato è quella di un ritiro totale e incondizionato”. Forse è quello che sarebbe piaciuto a Bobby Sands, forse non è quello che desiderano le nuove generazioni. In sospensione del giudizio di noi osservatori esterni, come al solito è meglio lasciare ai posteri l’ardua sentenza. Posteri che oggi, a Belfast, ricordano a bandiere spiegate chi fu il martire Robert Sands.

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