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Israele ha approvato il cessate il fuoco con Hamas e l’avvio della “Fase 1” della strada verso la pace a Gaza. Benjamin Netanyahu e il suo partito, il Likud, hanno compattamente sostenuto il piano negoziato sulla scorta della proposta del presidente Usa Donald Trump, che non è passato senza crepe nel gabinetto di sicurezza di Tel Aviv e nel consiglio dei ministri.

Anche questa volta, come a gennaio dell’anno scorso, si registra l’opposizione interna di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale e leader dell’ultranazionalista Potere Ebraico, e di Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e capo di Sionismo Religioso, formazione identitaria legata soprattutto ai movimenti di colonizzazione. I dioscuri dell’ultradestra si sono opposti al piano di pace ma, a oggi, appaiono sostanzialmente marginalizzati nella politica di Tel Aviv, tanto che hanno rimandato la loro paventata uscita dal governo.

Ad oggi, infatti, tutte le formazioni di opposizione di orientamento progressista (I Democratici) o centriste (il Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz, ad esempio) sostengono l’accordo per la liberazione degli ostaggi e la fine del conflitto emerso dopo l’aumento della pressione internazionale su Israele a seguito dello scivolone dell’attacco al Qatar del 9 settembre scorso.

Andare allo scontro, oggi, sarebbe quantomeno autolesionista da parte di Ben Gvir e Smotrich. Forse controvoglia, Netanyahu ha cessato le operazioni militari dell’Israel Defense Force e messo in pausa il progetto di egemonia e annessione del territorio palestinese, e ora rivendica l’obiettivo (mai veramente prioritario) della liberazione degli ostaggi centrato col negoziato.

La strategia di Ben-Gvir e Smotrich

In Israele, l’entusiasmo è il sentimento prevalente, in un contesto in cui tutti i movimenti per la liberazione dei prigionieri e le maggiori testate sono orientate a sostenere il ruolo primario di Donald Trump nel negoziare il ritorno degli ostaggi.

Per Ben-Gvir e Smotrich l’opposizione è una posizione da presentare come dato politico, in nome della volontà di una vittoria totale, non da sbandierare contro correnti dominanti, sul piano interno ed internazionale, a maggior ragione quando di mezzo c’è il presidente americano. Quindi no al cessate al fuoco a parole, sì alla permanenza nel governo che dovrà implementarlo nei fatti.

La scommessa è che in futuro Netanyahu tornerà sulle posizioni più nazionaliste o, in alternativa, se il Likud implementerà il cessate il fuoco in coordinamento con Washington, le formazioni nazionaliste e religiose potranno far valere la golden share della rottura con l’esecutivo più avanti, magari il prossimo anno, quando si avvierà la corsa alle elezioni legislative con cui esattamente nell’ottobre 2026 si provvederà al rinnovo della Knesset. Gridare alla “vittoria mutilata” è sempre un trucco elettoralmente vincente, e probabilmente questa è la mossa che Ben-Gvir e Smotrich lasciano per ora di riserva.

Netanyahu novello Faust

Nel frattempo, Ben-Gvir e Smotrich potranno usare ogni punto come una linea rossa negoziale. Si pensi alla discussione sui prigionieri palestinesi da liberare in ottemperanza all’accordo o al dilemma sul futuro disarmo di Hamas, dove le posizioni ultranazionaliste inevitabilmente condizioneranno il dibattito pubblico.

Netanyahu ha già conosciuto il Mefistofele ultranazionalista a cui ha, da novello Faust, consegnato l’anima del suo governo quando alla Casa Bianca si è scusato con il Qatar per gli attacchi del 9 settembre, e ora che mira a fare del percorso verso la stabilizzazione, dopo aver fatto lo stesso della guerra, la garanzia per la permanenza al potere i principali ostacoli potrebbero essere gli stessi alleati radicali che lui ha personalmente scelto nel 2022 per sostenere il suo sesto governo.

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