Terremoto politico in Austria. L’estrema destra del Partito della Liberta Austriaco (Fpo) ha vinto le elezioni legislative per la prima volta nella sua storia dopo aver primeggiato nel voto per il Parlamento europeo a giugno. La formazione guidata da Herbert Kickl ha conquistato il 29% e superato di tre punti il Partito Popolare Austriaco (Ovp), formazione di centrodestra del cancelliere Karl Nehammer che guida o partecipa ai governi ininterrottamente dal 1987. Simmetrico il travaso di voti rispetto alle elezioni del 2019: oltre dodici punti in più per l’Fpo, più di undici in meno per l’Ovp. Terzi, sopra il 20% i Socialdemocratici, mentre c’è da segnalare il crollo dei Verdi, dal 13 all’8%.
Il grande dilemma che si pone ora è quello della composizione del governo. L’Fpo ha partecipato per due volte a esecutivi di coalizione guidati dall’Ovp, prima dal 1999 al 2002 e poi dal 2017 al 2019, quando Kickl era ministro dell’Interno. Ora la formazione è stata premiata su tre cavalli di battaglia: innanzitutto, la lotta all’immigrazione, con le politiche di tolleranza zero che hanno visto lupo portare all’incasso lo slogan “Fortezza Austria” e beneficiare retoricamente dell’irrigidimento della linea tedesca sui migranti; in secondo luogo, la protesta contro il carovita e l’inflazione; infine, la difesa della linea della neutralità nel conflitto russo-ucraino e la spinta all’abbattimento delle sanzioni a cui Vienna partecipa, pur continuando ad acquistare il gas e il petrolio di Mosca.
Il voto austriaco fa tremare l’Europa
Tre temi politici che hanno condizionato la campagna elettorale per questioni estremamente sentite dalla popolazione austriaca e che ora torneranno d’impatto nel processo di formazione dell’esecutivo. Il voto austriaco è tenuto particolarmente d’occhio nelle cancellerie europee. E si moltiplicano le pressioni interne e internazionali sul partito di Nehammer perché rifiuti di coalizzarsi con l’Fpo se quest’ultimo proporrà di guidare il governo, e di spingere per una coalizione che escluda l’estrema destra.
Politico.eu, testata che riflette gli umori e i timori dell’establishment di Bruxelles, ricorda: “I leader dell’FPÖ considerano il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha sistematicamente smantellato le libertà democratiche nel suo Paese, un modello e hanno promesso di seguire il suo esempio. Se l’Fpo riuscisse a formare una coalizione, l’Unione Europea si troverebbe di fronte a un blocco populista euroscettico comprendente Austria, Ungheria e Slovacchia e forse anche la Repubblica Ceca dopo le elezioni dell’anno prossimo”.
Insomma, l’Austria conferma che c’è una quota crescente di cittadini europei che chiede un cambiamento profondo delle politiche sull’immigrazione, la gestione economica, le relazioni internazionali. Si può discutere a lungo sul fatto che le soluzioni proposte da partiti come l’Fpo siano o meno fattibili e funzionali e criticare l’ampia dose di retorica insite in esse. Ma, al contempo, appare palese che la demonizzazione e marginalizzazione della scelta degli elettori che hanno compiuto il passo di votare l’estrema destra per i motivi più disparati difficilmente paleserà una democrazia salubre.
Finora, le forze di sistema hanno scelto di gestire in maniera diversa la pressione delle destre sovraniste della nuova ondata, nativiste sull’immigrazione, scettiche sull’appoggio all’Ucraina, libertarie sull’economia, e su campagne di impronta americaneggiante come la questione del free speech e dell’opposizione a un presunto “socialismo” delle élite progressiste propagandata dai deus ex machina Elon Musk, Javier Milei e Donald Trump.
L’Fpo sulla scia delle altre destre europee
In Olanda il Partito delle Libertà di Geert Wilders è la prima formazione in un’ampia coalizione che però non guida; in Francia il Rassemblement National ha vinto nettamente europee e primo turno delle legislative, è stato fermato dal barrage di sinistra e liberali ai ballottaggi ma ora è stato reso di fatto da Emmanuel Macron un attore di sistema esterno al Governo, avendo in mano la possibilità di sfiduciare Michel Barnier. In Germania, invece, Alternative fur Deutschland viene emarginata anche nei Lander dove, nei voti locali, vola elettoralmente. Tutte esperienze che hanno il minimo comune denominatore nell’ostacolo posto all’ipotesi, anche remota, che siano queste nuove destre ad assumere le redini dell’esecutivo.
Soluzioni di questo tipo funzionano quando consentono di rafforzare la democrazia e la fiducia nei cittadini garantendo risposte ai problemi della popolazione. Per ora i governi sono intervenuti accontentando l’ultradestra o cercando di prevenirla con una politica rigida sull’immigrazione, a costo zero e capace di gettare alla pubblica opinione il bersaglio più facile. Ma l’Austria difficilmente potrà cavarsela con così poco. L’Fpo ha vinto sulla scia delle inquietudini nonostante una politica migratoria tra le più dure d’Europa, che ha portato Vienna a chiedere per Magnus Brunner, ex ministro delle Finanze nominato commissario europeo, il portafogli degli Affari Interni nella Commissione Von der Leyen II.
L’esempio francese per l’Austria
Che succederà se Kickl chiederà un governo con l’Ovp, facendo pesare la comunanza su molti temi rispetto a quelle dei popolari con socialdemocratici e verdi? Cosa accadrà se calcoli politici e istituzionali spingeranno il centrodestra a preferire l’alleanza con l’Fpo? Si può partire tagliando fuori a prescindere dal futuro governo il partito più votato in un’elezione nazionale, qualunque essa sia?
Emmanuel Macron, contro la sinistra, in Francia l’ha fatto e la democrazia transalpina non gode di grande salute. Trasmettere i sintomi da Parigi a Vienna sarebbe a dir poco problematico. Se, come previsto ante-voto, il presidente della Repubblica Alexander van der Bellen rinuncerà a priori, per motivi politici, a considerare Kickl per un incarico di governo, rompendo una prassi consolidata per il vincitore di ogni elezione, l’effetto che sortirà verso i consensi degli estremisti potrebbe essere opposto alle intenzioni. E certamente non stabilizzare una situazione in cui i consensi agli estremismi sono un sintomo della malattia virale dell’incertezza democratica delle nazioni più avanzate, non la malattia stessa.