Calin Georgescu è stato il vero e proprio game-changer al primo turno delle elezioni presidenziali rumene. L’indipendente di destra ha vinto con poco meno del 23% il primo round e si è qualificato al ballottaggio che lo vedrà sfidare la candidata conservatrice anti-corruzione Elena Lasconi, esponente del partito di centro-destra Usr (Unione per la Salvezza della Romania), che ha superato Marcel Ciolacu, premier in carica del Partito Socialdemocratico, per poco più di 400 voti ottenendo il secondo posto con il 19,16%.
Georgescu è figura non inquadrabile con i canoni politici occidentali, e semplificando all’osso si potrebbe definire come un populista che, beninteso, rivendica di esserlo. E un perfetto esempio di quel nazionalismo romeno molto orgoglioso ed identitario che tutti hanno pensato associato a George Simion, il leader dell’Alleanza per l’Unione dei Rumeni (Aur) quarto col 14% dei voti, e che invece si è manifestato sotto forma di un boom di consensi all’ex alto funzionario Onu.
Georgescu, 62 anni, non è uomo che viene dal mondo antisistema, anzi: agronomo, forte di un dottorato in Scienze del suolo conseguito a Bucarest, ha fatto il consulente a governi di destra e di sinistra della Romania sulle politiche ambientali e ha lavorato per 17 anni nel sistema delle Nazioni Unite. Queste esperienze l’hanno portato ad essere un esperto internazionale di sostenibilità e diritti umani. Ha lavorato all’Unhcr come Special Rapporteur sui diritti umani dal 2010 al 2012, è stato presidente dell’European Research Center del Club di Roma, uno dei massimi istituti che studiano lo sviluppo sostenibile, dal 2013 al 2015 e tra il 2015 e il 2016 ha guidato tra Ginevra e Vaduz, capitale del Liechtenstein, gli uffici del Global Sustainable Index Institute dell’Onu.
A prima vista potrebbe sorprendere che una figura con un curriculum tanto internazionale e vicino al sistema delle organizzazioni multilaterali possa aver espresso posizioni divisive come quelle del candidato. Georgescu ha definito nel 2020 “eroi nazionali” Ion Antonesu, dittatore della Romania alleata dell’Asse nella Seconda guerra mondiale e attivo sostenitore dell’Olocausto, e Corneliu Zelea Codreanu, capo del movimento politico ultranazionalista e reazionario delle Guardie di Ferro, definendoli come personaggi attraverso cui “la storia nazionale ha parlato”, contrapponendoli ai “lacchè dei poteri globalisti che guidano temporaneamente la Romania oggi”. Al tempo stesso, ha definito “un colpo di Stato” la destituzione e uccisione nel 1989 del dittatore comunista Nicolae Ceaucescu, indicando nella rivoluzione romena un’illusione di cambiamento venduta al popolo come svolta democratica.
Parole, queste, che si legano ai temi concreti: Georgescu critica l’Unione Europea e, soprattutto, la Nato, definita limitante della sovranità romena. Si è opposto al sostegno all’Ucraina del presidente uscente Klaus Iohannis, ha definito “vergogna diplomatica” l’installazione della base missilistica Nato di Deveselu e contestato gli effetti della guerra in termini di rincari, inflazione, perdita di prospettive economiche. La sua ascesa politica è avvenuta sull’onda lunga del tradizionale populismo anti-inflazione e ringraziando gli elettori che gli hanno dato un consenso triplo rispetto ai sondaggi ha dichiarato che chi lo sostiene ha compiuto “una preghiera per la nazione”.
Una Romania, quella di Georgescu, che riscopre il suo animo profondamente identitario, conservatore a destra come a sinistra, ostile al sistema globale proprio in virtù della sua esperienza all’interno, che l’ha portato a ritenere che l’unico obiettivo dell’Occidente nella transizione democratica post-1989 fosse “rubare le nostre risorse e schiavizzare il nostro Paese. Questo era tutto. Tutto si gioca sulle risorse”. Ha aggiunto di definirsi “la voce dei dimenticati”, come ha spesso fatto nelle sue dirette TikTok che l’hanno reso famoso. Ora, tra due settimane, per Georgescu c’è la sfida del ballottaggio in una Romania spostata nettamente a destra. Ma, una volta di più, l’Europa segnala un terremoto politico provenire da un suo Paese caldo. E come nell’Est della Germania e in Moldavia c’entra, e non poco, l’onda lunga della crisi ucraina. Che ha portato molte voci politiche nel Paese a radicalizzarsi. Creando una base di consensi intercettata dalla rivolta incarnata da Georgescu. Un terremoto politico da non sottovalutare nella sua portata.