La controversia diplomatica sul nome della Repubblica di Macedonia è un conflitto trentennale che si è trascinato dal 1991 al 2018, anno dell’accordo di Prespa stipulato tra la Repubblica di Macedonia e la Grecia.

Il contenzioso scaturiva dal fatto che sia la Repubblica di Macedonia, stato della ex Jugoslavia da quest’anno ribattezzato Repubblica della Macedonia del Nord, che la Grecia rivendicavano sia l’uso del nome “Macedonia” che l’eredità culturale della Macedonia classica e del suo leggendario condottiero Alessandro Magno. La disputa investiva, inoltre, il presunto indebito appropriamento da parte della repubblica della ex Jugoslavia della Stella di Vergina – simbolo della dinastia di Filippo II il Macedone, padre di Alessandro – sulla propria bandiera.

I greci rivendicano la continuità storica con la Macedonia classica in maniera esclusiva, in virtù del fatto che il famoso stratega nacque a Pella, città situata nell’attuale regione della Macedonia in Grecia, considerata dagli ellenici l’unica Macedonia possibile, con capitale Salonicco.

Anche la Macedonia del Nord, tuttavia, si sente coerede della Macedonia dell’età classica, territorio che originariamente corrispondeva ad una vasta area della penisola balcanica, compresa tra gli attuali stati di Macedonia del Nord, Grecia, Bulgaria ed Albania. La Macedonia del Nord ha intitolato autostrade e stadi ad Alessandro Magno soprattutto all’epoca di Nikola Gruevski, primo ministro nazionalista in carica dal 2006 al 2016, proprio per ribadire la sua ideale continuità con il passato. In quel periodo il centro di Skopje, la capitale, è stato oggetto di un restyling che l’ha visto adornarsi di archi di trionfo e di statue colossali dedicate al condottiero macedone cui era stato dedicato anche l’aeroporto della città. Solo dopo l’accordo di Prespa, nell’ottica di un miglioramento dei rapporti con la Grecia, l’aeroscalo è stato ribattezzato “Aeroporto internazionale di Skopje”.

Sebbene a molti osservatori estranei al mondo balcanico la disputa possa apparire come una semplice divergenza di vedute in ambito di denominazione linguistica, sarebbe un errore sottovalutarne l’importanza perché il contenzioso investe il concetto stesso di identità e di appartenenza culturale agli occhi del popolo greco, ostile all’idea di condividere con i vicini slavi una eredità che considera espressione esclusiva della civiltà della Grecia classica.

Le riserve di Atene nei confronti della condivisione del nome con lo stato confinante si dovevano anche al fatto che essa temeva che la Repubblica di Macedonia indulgesse segretamente in tentazioni irredentiste, che potessero un giorno tradursi in ambizioni territoriali ai danni della provincia greca di Macedonia.

L’annosa controversia tra i due paesi è stata risolta solo con l’accordo di Prespa del 2018, fortemente voluto sia dal leader greco Tsipras, che dal suo collega macedone Zoran Zaev.

L’accordo ha consentito la distensione dei rapporti diplomatici tra i due stati confinanti e fatto anche cadere il veto che la Grecia opponeva all’ingresso del vicino paese slavo nella Nato e nell’Ue, ma è stato fortemente avversato dall’opinione pubblica greca.

Proteste contro quella che è stata vissuta come la questione della “identità rubata” si sono registrate ovunque nel paese ellenico ed hanno raggiunto il culmine a gennaio di quest’anno ad Atene, quando 100.000 manifestanti (400.000 secondo gli organizzatori) si sono raccolti in un’adunata oceanica sulla strada che dall’Acropoli porta a piazza Syntagma, invocando un referendum popolare sull’accordo di Prespa. La protesta, organizzata da quello che era all’epoca il principale partito di opposizione, Nuova Democrazia, e da frange politiche ultranazionalistiche, si è conclusa con scontri con la polizia e con diversi feriti.