L’immigrazione in Italia non assomiglia più a quella degli anni Novanta o della metà dei Duemila, quando gli arrivi provenivano da pochi Paesi ben identificabili e i lavoratori trovavano impiego nei cantieri, nelle fabbriche o nelle case. Oggi il fenomeno ha volti nuovi, più fragili e frammentati, una fase migratoria inedita, complessa e di difficile interpretazione. A trent’anni dalla nascita della Fondazione ISMU, non è solo il mare a rappresentare la distanza tra passato e presente. Un abisso sociale, culturale e lavorativo divide i due modelli. L’immigrato di oggi è più giovane, più precario e meno integrato, spesso intrappolato in una condizione di instabilità e povertà. Eppure, è anche più numeroso, a testimonianza di un Paese che, mentre invecchia, fatica a riconoscere il valore di chi arriva.
Il 30° Rapporto ISMU sulle migrazioni del 2024 presenta un’analisi chiara e diretta di uno dei fenomeni sociali più profondamente radicati nella nostra epoca. L’approccio multidisciplinare di sociologi, economisti, giuristi e altri esperti mostra come le migrazioni vanno oltre la semplice dinamica di flussi di persone, trasformandosi in specchi che riflettono i nostri limiti, le nostre sfide e le nostre contraddizioni. Ogni arrivo, ogni narrazione individuale, sollecita una riflessione sulla concezione di accoglienza e integrazione, nonché sulle modalità di adattamento, o sulla loro assenza, delle nostre società a una realtà in continua evoluzione.
Nel bilancio tracciato dalla Fondazione ISMU ETS, il rapporto indica il raggiungimento di sei milioni di persone con background migratorio in Italia, un dato che testimonia una trasformazione radicale nel tessuto sociale ed economico del Paese. Dalle prime ondate migratorie fino alle seconde e terze generazioni che oggi contribuiscono a ridefinire la realtà italiana, si delinea un lungo processo di cambiamento demografico e culturale che eccede il semplice incremento numerico.
In particolare, nel primo decennio del XXI secolo l’Italia ha sperimentato una significativa intensificazione dei flussi migratori, con un aumento di tre milioni di residenti tra il 2001 e il 2011, segno evidente del ruolo cruciale dell’immigrazione nel bilanciare le dinamiche demografiche. A partire dal 2011, però, l’entità di questo contributo ha subito una progressiva contrazione, mettendo in luce la difficoltà di compensare il declino naturale della popolazione con cittadinanza italiana, sempre più contenuto.
Secondo i dati forniti dalla Fondazione ISMU ETS, al 1° gennaio 2024, la popolazione straniera in Italia si attesta a circa 5 milioni e 755mila persone, con una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. La flessione è il risultato di una combinazione di elementi, tra cui l’incremento della componente residente, la stabilizzazione dei migranti regolari non residenti e la riduzione della popolazione irregolare.
Questa nuova immigrazione è spesso più precaria e destinata a restare in Italia solo temporaneamente, a causa delle politiche restrittive italiane ed europee, che riducono il Paese a un semplice corridoio di transito piuttosto che un approdo definitivo. Secondo l’analisi la Lombardia è la regione che ha concesso il maggior numero di cittadinanze italiane, ma il trend complessivo del Paese è caratterizzato da una minore attrattività rispetto al passato, con una perdita di stabilità nei flussi migratori. Nel 2023, 214mila stranieri sono diventati cittadini italiani, per la maggior parte provenienti da Paesi non comunitari. Un ulteriore aspetto degno di nota è la diminuzione delle nascite da genitori stranieri, scese da 80mila nel 2012 a circa 50mila nel 2023.
Anche la provenienza geografica dei flussi ha subito una trasformazione. Se nel 2005 il 70% degli immigrati proveniva dall’Europa dell’Est, oggi il 44% giunge dall’Africa subsahariana. Un cambiamento che comporta ripercussioni culturali e religiose. Le comunità storiche, disponevano, infatti, di reti ecclesiali consolidate, mentre i nuovi gruppi, quali i nigeriani pentecostali e i bengalesi musulmani, sono costretti a creare spazi alternativi per l’integrazione.
Il Rapporto ISMU offre una prospettiva sull’evoluzione delle dinamiche migratorie. Nei decenni 1990 e 2000 i flussi erano in gran parte determinati da ricongiungimenti familiari o da opportunità lavorative stabili; attualmente, invece, la situazione risulta profondamente mutata. L'”immigrazione tradizionale”, originaria principalmente dell’Est Europa, del Nord Africa e dell’America Latina, era caratterizzata da un’integrazione stabile, con una significativa componente di inserimento nei settori produttivi. Oggi, tuttavia, solo il 18% dei migranti giunge con l’intenzione di stabilirsi permanentemente. Questo cambiamento trae origine dalla rottura del patto sociale implicito che, in passato, garantiva un impiego irregolare ma relativamente stabile, in cambio di prospettive di regolarizzazione. Attualmente, il mercato del lavoro è disarticolato e la normativa sull’immigrazione si presenta incerta, rendendo instabile l’intero sistema.
Se in passato la maggioranza delle lavoratrici straniere trovava impiego nell’assistenza familiare, attualmente un numero sempre minore di esse riesce a inserirsi nel settore. Molte migranti, in particolare quelle provenienti dall’Africa occidentale, si ritrovano escluse dal mercato del lavoro regolare e confluiscono nell’economia informale. Il fenomeno spiega il calo del tasso di occupazione femminile straniera nel corso degli anni. Un ulteriore aspetto cruciale concerne il concetto stesso di “integrazione”. Per le seconde generazioni, la sfida non è più unicamente l’integrazione, bensì la mobilità sociale. Nonostante la loro crescente partecipazione alla vita sociale ed economica, i figli di immigrati in possesso di un diploma o di un discreto livello di istruzione si trovano ancora impiegati in mansioni dequalificate. Per i nuovi arrivati, invece, la vera difficoltà consiste nel sopravvivere nella “trappola della temporaneità”, ove la precarietà dei permessi di soggiorno ostacola investimenti a lungo termine nel futuro.
L’evoluzione del quadro normativo rappresenta un ulteriore fondamentale elemento in questa trasformazione. Mentre l'”immigrazione tradizionale” beneficiava di sanatorie e decreti flussi che offrivano percorsi verso la residenza stabile, attualmente prevalgono ingressi irregolari e visti temporanei. I permessi di soggiorno per motivi di lavoro hanno subito una drastica riduzione negli ultimi anni, a fronte di un significativo aumento dei permessi per protezione internazionale.
Le politiche migratorie italiane ed europee sembrano orientate verso una maggiore esternalizzazione e militarizzazione dei confini, come dimostrano gli accordi bilaterali con Tunisia e Libia. La creazione di centri di detenzione in Paesi terzi e l’uso di intelligenza artificiale per il controllo delle frontiere rischiano di compromettere i diritti fondamentali dei migranti, esponendoli a discriminazioni e abusi. I dati presentati nel Rapporto ISMU ci fanno capire che occorre ripensare l’intero sistema migratorio, non solo per migliorare l’integrazione, ma anche per riconoscere la necessità di un cambiamento radicale delle politiche, che rispondano alle emergenze e alle reali necessità di un Paese sempre più dipendente dal capitale umano migrante per fronteggiare la crisi demografica e occupazionale.

