Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Nella visione del secondo mandato Trump, l’immigrazione irregolare non è un problema da gestire, ma un’emergenza da annientare. E come ogni emergenza americana che si rispetti, ha bisogno di un apparato di guerra. Non solo quello statale, ma anche e soprattutto quello privato. Così, mentre la Casa Bianca rincorre numeri e simboli per dimostrare la sua fermezza, si affaccia un attore già noto agli scenari bellici globali: Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater, ora a capo di un consorzio chiamato 2USV.

Con il plauso silente di pezzi dell’amministrazione, questi contractor propongono una soluzione “chiavi in mano” alla paralisi delle espulsioni: cento aerei privati, campi di detenzione allestibili in pochi giorni, decine di migliaia di cittadini arruolabili come agenti dell’immigrazione. Il piano, stimato in 25 miliardi di dollari, punta a deportare 12 milioni di persone in due anni. Non uno scenario, ma una macchina operativa, fatta di elenchi pubblici, premi in denaro, udienze di massa e basi militari. Una proposta radicale che promette efficienza, ma profuma di repressione di massa.

La realtà, però, è un’altra. Il sistema di deportazioni federale, per quanto spettacolarizzato, è impantanato nei vincoli legali, nei costi proibitivi (un volo per 12 migranti a Guantánamo può superare i 200.000 dollari) e nelle resistenze interne allo stesso apparato statale. Trump ha rilanciato Guantánamo come centro di detenzione, ma ha dovuto ripiegare su basi come Fort Bliss. Le immagini dei C-17 pieni di migranti ammanettati sono state trasmesse come deterrente, ma i numeri reali sono deludenti. La macchina pubblica non regge il ritmo delle promesse.

Destinazione: le carceri di El Salvador

È in questo vuoto operativo che si inserisce il progetto 2USV, una privatizzazione della sicurezza interna che segna un salto di qualità: dalle guerre all’estero alla caccia all’uomo nei sobborghi americani. Non è un’idea nuova per Prince. Già in passato aveva proposto una soluzione simile per la Libia e perfino un crowdfunding per il muro al confine. Ora punta su El Salvador, offrendo di trasferire detenuti americani con precedenti nei carceri di Bukele, a fronte di generosi finanziamenti.

Le implicazioni sono gravi. Oltre all’outsourcing delle funzioni statali, c’è il rischio di una “militarizzazione morale” della politica migratoria, dove il migrante è il nemico e il cittadino armato diventa lo sceriffo. Il piano, pur senza l’approvazione formale della Casa Bianca, ha già influenzato le scelte dell’amministrazione. Trump lo definisce “non necessario, ma utile”. Un lasciapassare retorico che può trasformarsi in prassi, specie se accompagnato da una dichiarazione di emergenza.

Il confine tra Stato e impresa, legalità e arbitrio, diritto e potere, si fa ogni giorno più sottile. E in quel varco si muovono i nuovi attori della sicurezza globale. Con armi leggere, logistica pesante e obiettivi politici.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto