Le immagini che arrivano dalla frontiera fra Messico e Stati Uniti, sul Rio Grande, paiono di un altro secolo. Poliziotti a cavallo usano il lazzo dei loro destrieri a mo’ di frusta per tenere lontani gli emigranti che provano a varcare il fiume, per entrare negli Stati Uniti illegalmente. Gli emigranti sono una massa consistente e quasi tutti neri. Quasi certamente sono haitiani. Sorge spontanea una domanda: se avessimo visto queste immagini quando era Trump l’inquilino della Casa Bianca, cosa avrebbe detto la stampa internazionale? Quale sarebbe stata la reazione della politica mondiale?

Il problema della differenza di immagine fra Trump e Biden non è solo polemico e partitico, ma costituisce una delle radici della crisi alla frontiera. Non è solo un effetto, dunque, ma proprio una delle cause. Trump era il “duro” che voleva costruire il muro (o meglio: lo voleva allungare, visto che il muro fra Messico e Usa risale al 1994, dunque all’amministrazione democratica di Clinton). Gli emigranti e chi organizza le cosiddette carovane nell’America centrale ne hanno preso atto. Biden ha invece proposto l’immagine umanitaria del presidente accogliente. Ed anche le organizzazioni, legali e non, che gestiscono l’emigrazione si sono adeguate di conseguenza. Una prima crisi di affollamento di immigrati dall’America centrale è scoppiata subito, nei primi mesi di amministrazione Biden. Le scene che si sono viste sono state le stesse dell’amministrazione precedente: detenzione dei bambini (spesso mandati avanti, non accompagnati) e loro confinamento nelle “gabbie” dei centri di detenzione. Quello dei “bambini in gabbia” era stato uno degli argomenti polemici più utilizzati dai Democratici per demonizzare la politica dell’immigrazione dell’amministrazione Trump. Ma alle immagini che risalgono allo scorso marzo, a presidenza Biden già inaugurata sono le stesse. I fact checkers consultati anche da Facebook per segnalare notizie false e fuorvianti, ci spiegano, ovviamente, che non è la stessa cosa. Sarà, anche se per un normale spettatore la situazione appare proprio identica. Fatto sta che non c’è stata altrettanta indignazione e l’amministrazione Biden è parsa ancora, agli occhi del mondo, quella dell’accoglienza.

La crisi degli immigrati haitiani è invece recentissima. Mercoledì scorso ne sono giunti 9mila nella città di confine di Del Rio, in Texas. Sabato scorso altri 6mila hanno attraversato il Rio Grande per entrare negli Usa. In una settimana, nella sola Del Rio si sono dunque accampati 15mila immigrati haitiani, in condizioni igieniche più che precarie, con poca acqua e poco cibo, assistiti solo dalla buona volontà di cittadini e autorità locali. In totale, gli haitiani entrati in questo modo nel confine texano sono 35mila. A questo flusso improvviso di immigrati, il governo federale ha chiuso il confine. Di qui le scene dei poliziotti a cavallo che respingono in malo modo, praticamente “a frustate” quelli che ancora provavano a varcare il Rio Grande. Veicoli della polizia texana hanno bloccato il ponte internazionale e, più lontani dalle telecamere, tre voli hanno riportato gli immigrati illegali a Port au Prince, capitale di Haiti. Dove temono di trovare condizioni peggiori rispetto a quelle che avevano lasciato, considerando che in due mesi lo Stato caraibico ha assistito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse e a un potentissimo terremoto che ne ha devastato città e infrastrutture.

Se quella di Haiti è una crisi umanitaria, perché l’immigrazione dall’isola non è considerata come un problema di rifugiati da accogliere? Come spiega Todd Bensman, ricercatore del Center for Immigration Studies al New York Post, «Non ho ancora incontrato un emigrante che venisse direttamente da Haiti. Ma stanno probabilmente chiedendo asilo sulla base dei problemi scoppiati ad Haiti», secondo il ricercatore, gli haitiani già avevano una loro vita lavorativa in Sud America, molti arrivano dal Brasile dove avevano lavorato per le ultime Olimpiadi. Poi: «Dicono di aver sentito che Joe Biden stava aprendo i confini, così sono arrivati».

L’immagine del presidente accogliente, contrapposto al “cattivo” predecessore, dunque, ha ancora spinto decine di migliaia di persone a cercare l’avventura dell’ingresso illegale negli Usa. Salvo poi disilluderle non appena hanno raggiunto il confine. Lo stesso tipo di disillusione che aveva accolto le parole della vicepresidente Kamala Harris, all’inizio di giugno, nel corso della sua visita di Stato in Guatemala: «Voglio essere chiara con i popoli di questa regione del mondo che pensano di intraprendere il pericoloso cammino per il confine fra Usa e Messico: non venite. Gli Stati Uniti continueranno ad applicare le leggi e a rendere sicuro il confine. Quale nostra priorità, scoraggeremo l’immigrazione illegale. E penso che se voi arriverete fino al nostro confine, sarete rimandati indietro». Ad essere sorpresi da questo voltafaccia non sono solo i semplici spettatori, ma anche i vertici della politica latino-americana. Ad esempio Alejandro Giammattei, presidente del Guatemala: «I messaggi umanitari sono stati usati dai passatori in modo completamente distorto. Hanno detto che la politica sarebbe stata quella del ricongiungimento familiare. Quindi i passatori hanno preso tutti i minori e li hanno portati negli Usa, così hanno riempito i centri di frontiera. Non solo di gente dal Guatemala, ma da ogni provenienza. È per questo che proponiamo che i messaggi siano chiari. Il messaggio della vicepresidente Harris, ieri, è stato molto chiaro: non partite, perché non vi lasceremo entrare».