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La Nona Corte d’Appello federale di San Francisco ha autorizzato l’amministrazione Trump a porre fine allo Status di Protezione Temporanea (TPS) per circa 63.000 migranti provenienti da Honduras, Nicaragua e Nepal. Una misura che annulla la precedente sospensione ordinata da un giudice di primo grado e che apre la strada a possibili espulsioni e perdita dei permessi di lavoro. La decisione è arrivata all’unanimità, senza motivazioni dettagliate, confermando che la partita giudiziaria resta aperta ma che, nell’immediato, il governo ha campo libero.

Una questione economica e sociale

Il TPS, nato per accogliere persone colpite da guerre, disastri naturali o crisi umanitarie, ha garantito per anni a decine di migliaia di migranti la possibilità di lavorare negli Stati Uniti. Molti sono occupati in settori essenziali: edilizia, sanità, assistenza sociale, servizi. La loro esclusione improvvisa dal mercato del lavoro rischia di generare una doppia frattura. Da un lato, famiglie intere perdono reddito e stabilità, con il rischio di tornare in Paesi ancora segnati da fragilità strutturali. Dall’altro, gli Stati Uniti si privano di una manodopera che, in molti casi, colma carenze croniche. Le imprese e le comunità locali, specie in alcuni Stati del Sud e della West Coast, potrebbero pagare un prezzo economico tangibile.

Dimensione politica e strategica

Per Trump, la stretta sul TPS non è solo una misura amministrativa: è un messaggio politico. La sua campagna ha sempre legato immigrazione e sicurezza nazionale, parlando di “invasione” e “avvelenamento del sangue” americano. La decisione della Corte gli consente di mostrare ai suoi elettori di avere strumenti concreti per limitare la presenza migratoria. In un contesto elettorale polarizzato, la linea dura sull’immigrazione diventa un elemento identitario che distingue l’America trumpiana da quella liberal.

La sfida legale e istituzionale

La battaglia giudiziaria però non è finita. Gli avvocati dei migranti e la National TPS Alliance contestano la legalità della decisione, denunciando discriminazioni razziali e violazioni dell’Administrative Procedure Act. La mancanza di motivazioni scritte da parte della Corte d’Appello apre spazi di ulteriore contenzioso. Ma intanto, la tempistica è cruciale: la protezione per i nepalesi è già scaduta, mentre quella per honduregni e nicaraguensi scadrà a settembre. Molti rischiano di finire senza tutele proprio nel mezzo della campagna elettorale, trasformando la loro condizione in un simbolo della lotta politica.

Implicazioni geopolitiche e regionali

L’impatto non si limita agli Stati Uniti. Honduras e Nicaragua sono Paesi già attraversati da instabilità politica ed economica, e la perdita delle rimesse inviate dai migranti rischia di aggravare le crisi locali. Per Washington, questo significa anche indebolire la stabilità dei propri vicini centroamericani, con possibili nuove ondate migratorie. È un paradosso: la misura pensata per ridurre l’immigrazione rischia, nel medio periodo, di aumentarne la pressione. Inoltre, la decisione manda un segnale chiaro: gli Stati Uniti intendono ridefinire i criteri dell’accoglienza, subordinandoli sempre più a logiche interne e meno a obblighi internazionali.

Conclusione

La vicenda del TPS mostra come l’immigrazione resti al centro della politica americana, non solo come questione sociale ma come terreno di scontro strategico, elettorale e geopolitico. Trump ottiene una vittoria giudiziaria che rafforza la sua narrativa, ma gli effetti economici e regionali potrebbero rivelarsi controproducenti. L’America, ancora una volta, dimostra di concepire l’immigrazione non come una risorsa da governare ma come una minaccia da contenere. Eppure, dietro i numeri e le sigle giuridiche, ci sono lavoratori, famiglie e comunità che hanno contribuito alla società americana e che ora rischiano di essere sacrificati sull’altare della politica.

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