Quando tra Sabratha e Tripoli si fa riferimento ad un membro della famiglia Al Dabbashi, vuol dire che si sta parlando di affari grossi ed importanti, sia sotto il profilo economico che politico. Ecco perché quando negli scorsi giorni si è diffusa la notizia della morte di Fitouri al Dabbashi, uno dei più importanti esponenti del clan, a Tripoli ed in tutto l’ovest della Libia in tanti hanno iniziato a farsi molte domande. Una su tutte riguarda l’impatto che l’uccisione di uno degli Al Dabbashi può avere sugli equilibri della regione. Ma la notizia della morte di Fitouri non può non avere importanti echi anche a Roma: gli Al Dabbashi sono infatti legati a doppio filo a diversi interessi ed episodi che riguardano il nostro Paese.

L’ambiguità della figura di Fitouri Al Dabbashi

Quando nel 2011 crolla l’impalcatura statale di Gheddafi, a Sabratha ad emergere è in particolare una famiglia: quella, per l’appunto, degli Al Dabbashi. Loro sanno bene l’importanza strategica della località in cui operano: a pochi chilometri da Sabratha vi è infatti lo stabilimento, gestito per metà dall’Eni, di Mellitah. Non solo, ma proprio in questa località costiera non lontana dal confine tunisino vi è uno dei porti di riferimento per la partenza dei migranti. Da qui Lampedusa non è molto lontana, così come è possibile sfruttare un controllo meno capillare del territorio specialmente in un contesto, come quello della Libia post Gheddafi, in cui manca uno Stato centrale.

Vicinanza ad uno degli stabilimenti più importanti e traffico di migranti, sono questi i due elementi su cui gli Al Dabbashi basano la propria fortuna. Fitouri Al Dabbashi poi, viene considerato da subito come uno dei più attivi esponenti del clan. Già nel 2011 è segnalato quale uno dei principali sostenitori dei ribelli locali anti Gheddafi, successivamente risulta impegnato soprattutto nel traffico di esseri umani. Ma non solo: così come rivela AgenziaNova, che prende spunto da fonti della cabina di regia anti terrorismo di Sabratha, Fitouri risulta impegnato dal 2012 in attività terroristiche. In particolare, per diversi anni avrebbe facilitato l’ingresso di terroristi dell’Isis dalla Tunisia.

Eppure, in anni più recenti ed in particolare nel 2016, proprio lui si “traveste” da uomo della sicurezza. Fitouri Al Dabbashi, poco dopo l’uccisione di due italiani operai della Bonatti rapiti insieme ad altri due connazionali, in un’intervista rivela dettagli su quell’episodio e si presenta come appartenente alla milizia preposta alla sorveglianza della zona. “Le nostre attività, mie e della milizia, sono la messa in sicurezza della regione e la sorveglianza dello stabilimento di Mellitah”, dichiara l’esponente degli Al Dabbashi in quell’occasione.

Fitouri dunque in questi anni ha una duplice veste: da un lato è descritto come terrorista e trafficante di esseri umani, dall’altro come membro delle forze di sicurezza. Un elemento questo che non deve sorprendere, conoscendo lo scenario libico. Proprio la forza della famiglia Al Dabbashi fa sì che, all’interno delle fragili istituzioni di Tripoli, il clan ottenga negli anni posizioni di rilievo al fine di poter controllare meglio il territorio. C’è chi, tra gli Al Dabbashi, assume anche i ruoli di rappresentante della Libia alle Nazioni Unite e di ministro dell’interno. 

Quando l’Italia ha avuto a che fare con il clan Al Dabbashi

Ecco perché spesso il nostro Paese si è trovato di fronte ad esponenti di questa famiglia, Fitouri compreso. Senza alcuna istituzione e senza alcun interlocutore, Roma più di una volta deve giocoforza fare i conti con il potere degli Al Dabbashi nella zona di Sabratha. Ci sarebbero anche membri di questo clan tra le forze di sicurezza che, alcuni anni fa, garantiscono la sicurezza dello stabilimento di Mellitah. L’Italia inoltre fa i conti con gli Al Dabbashi quando vengono uccisi Salvatore Failla e Fausto Piano, due dei quattro tecnici della Bonatti rapiti da una costola tunisina dell’Isis operante a Sabratha. Proprio Fitouri Al Dabbashi, nell’intervista sopra richiamata, rivela che sono stati alcuni degli uomini delle forze di sicurezza a cui appartiene ad uccidere per errore i nostri connazionali.

Ma è soprattutto con l’emergenza immigrazione del 2017 che il ruolo degli Al Dabbashi risulta decisivo per le politiche del nostro Paese. Nell’agosto di quell’anno l’allora ministro dell’interno Marco Minniti, di concerto con il resto del governo Gentiloni, decide di elargire fondi a Tripoli per aiutare le istituzioni libiche a sorvegliare le coste ed a frenare le partenze. Cinque milioni di Euro partono quindi da Roma in direzione della capitale libica. Come rivela però un reportage delle Reuters, quelle somme finiscono in realtà all’interno dei portafogli dei clan che gestiscono il traffico di esseri umani. Di fatto, quei soldi diventano il motivo per il quale gli organizzatori dei viaggi della speranza accettano di far rimanere a terra i barconi. Tra quei clan risulta ovviamente anche quello degli Al Dabbashi. I milioni finiti nelle loro tasche rompono però alcuni equilibri locali, con le milizie rivali che non ci stanno a non partecipare alla divisione di quelle somme. Si arriva così a scontri interni a Sabratha, in cui gli Al Dabbashi hanno la peggio.

Oggi la cittadina costiera libica risulta controllata da milizie vicine ad Haftar. Fitouri invece risulta presente a Tripoli per dare manforte alle forze del governo di Al Sarraj. Ed è proprio nei pressi della capitale libica che trova la morte, ucciso durante i combattimenti probabilmente proprio dagli uomini di Haftar.