C’è chi, nel giorno del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, ha festeggiato un’Europa senza muri nell’ottica del superamento delle divisioni provocate dalla guerra fredda. Ma c’è chi ha voluto dare di quel giorno una ricostruzione più ideologica, collegata all’illusione di un mondo “no borders“, senza confini e con sempre meno frontiere. Una narrazione figlia di una precisa retorica ideologico-politica, come tale dunque molto lontana dalla realtà. Perché mai come in questo momento l’Europa sta spendendo soldi per alzare muri e fortificare le frontiere. Dalla Spagna alla Grecia, dalla Norvegia ai Paesi baltici. L’unico Paese esente da questo contesto è proprio il nostro, l’Italia. Che però, ogni qualvolta prova ad impostare una politica del genere, viene subito accusata di razzismo

Muri e maggiori controlli in Spagna e Grecia

Il premier spagnolo uscente, nonché rientrante, Pedro Sanchez ha ricevuto encomi ed elogi dal mondo no borders e dalle ong impegnate nel Mediterraneo quando, nel giugno del 2018, ha dato il via libera per lo sbarco della nave Aquarius, con più di 600 migranti a bordo, della Sos Mediterranée. In Italia Matteo Salvini era in sella al Viminale da pochi giorni, il no decretato dal leader del carroccio per la nave dell’ong francese è stato il primo di una lunga serie durante i 14 mesi di esecutivo gialloverde. Sanchez all’epoca, dopo il divieto imposto da Salvini all’approdo, ha indicato il porto di Valencia per l’Aquarius guadagnandosi elogi soprattutto in Europa, mentre l’Italia (che solo l’anno prima aveva accolto un numero record di migranti) è diventata agli occhi di molti improvvisamente razzista. Ma il tempo ha poi chiarito meglio la situazione: dopo che in Spagna nei mesi successivi lo sbarco di migranti irregolari è aumentato anche del 90%, Sanchez ha imposto forti limitazioni. La legislazione del Paese iberico sulle ong è risultata, a fine 2018, tra le più dure in Europa e nella finanziaria del 2019 gran parte dei fondi assegnati all’accoglienza sono stati tolti.

Ma soprattutto, la Spagna ha ridato impulso alla strategia del ferreo controllo dei propri confini, specialmente di quelli terrestri con il Marocco. Sì perché, come ben si sa, Madrid ha in territorio marocchino due enclavi: Ceuta e Melilla. Le due città sono circondate da chilometri di filo spinato, una barriera molto fortificata la cui costruzione è iniziata nel 2000. Ogni anno la Spagna spende molti soldi per rendere questi muri sempre più impenetrabili. Adesso non ci sono più soltanto barriere e filo spinato, bensì anche sensori capaci di rilevare tentativi di intrusione in modo istantaneo. A questo occorre aggiungere le intese che Sanchez ha stipulato con il governo marocchino, con il quale si è deciso di rendere redivivo un vecchio accordo del 1992 per favorire rimpatri più semplici verso il Paese nordafricano.

Dalla rotta occidentale del Mediterraneo, a quella orientale. Qui il Paese più esposto è la Grecia: la penisola ellenica tra il 2015 ed il 2016 si è rivelata essere testa di ponte per la rotta balcanica e dunque per le migliaia di migranti che, una volta approdati nelle isole dell’Egeo dalla Turchia, risalivano verso l’est ed il nord dell’Europa. Poi gli accordi tra Bruxelles ed Ankara hanno parzialmente stoppato questo flusso, ripreso però all’inizio dell’ultima stagione estiva. In virtù del nuovo aumento degli sbarchi, il governo greco guidato dal conservatore Mitsotakis ha promesso un giro di vite per aumentare l’efficienza delle guardie di frontiera e prevenire nuovi ingressi. Da dicembre, il numero di militari addetti alla prevenzione di nuovi ingressi aumenterà di 1.200 unità, sia lungo le coste che lungo i confini terrestri. Qui il governo ellenico sta pensando a fortificare anche fisicamente le frontiere con la Turchia e con la Bulgaria. Più a nord, i Paesi balcanici hanno già stanziato ingenti risorse e mezzi per fronteggiare l’aumento del flusso migratorio. Militari ungheresi presidiano le barriere di filo spinato lungo il confine con la Serbia, soldati della Macedonia del Nord guardano con costante attenzione le frontiere sempre più fortificate con la Grecia. Nei giorni scorsi in Croazia i militari hanno sparato verso un gruppo di persone entrate irregolarmente per cacciarle indietro, in Slovenia si invoca l’utilizzo di sensori lungo le frontiere.

(Infografica di Alberto Bellotto)

La nuova strategia di Macron

E se questa situazione riguarda Paesi di primo approdo dell’Europa, certamente non può passare inosservato quanto il presidente francese Emmanuel Macron sta compiendo in questi giorni. Dall’Eliseo stanno infatti arrivando indicazioni di un vero e proprio giro di vite sull’immigrazione: “Vogliamo riprendere il controllo della nostra politica migratoria – ha dichiarato Macron nei giorni scorsi – Il senso generale della nostra azione è la sovranità”. Parole che sembrerebbero uscite dalla bocca di Matteo Salvini, così tanto criticato dallo stesso presidente francese quando il numero uno della Lega era al governo. Macron ha varato nei giorni scorsi un piano che prevede delle quote d’ingresso per i migranti cosiddetti economici. Ma non solo: il presidente francese ha azionato le ruspe ed ha iniziato a demolire i campi profughi a nord della capitale francese. Inoltre, negli aeroporti le autorità transalpine hanno avuto ordini di effettuare controlli sempre più meticolosi.

Quanto spende l’Europa per fortificare i confini

L’esempio di Macron è calzante: la sua posizione politica è sempre stata volta ad una maggiore integrazione europea, alla critica dei sovranismi e dei vari leader che hanno sempre parlato della necessità di difendere le frontiere. Il fatto che anche il capo dell’Eliseo sta iniziando una virata verso una direzione opposta, è sintomatico di come mai come oggi l’Europa spenda risorse ed energie per presidiare i confini. Dal 1989 in poi, dalla data cioè della caduta del muro di Berlino, secondo il Transnational Institute nel vecchio continente sono stati spesi complessivamente 900 milioni di euro per fortificare le frontiere. A questa somma va aggiunta quella del Fondo delle Frontiere Esterne, che solo dal 2007 al 2013 ha speso 1.7 miliardi di Euro. Allo stesso tempo, il Fondo per sicurezza interna ha impiegato tra il 2014 ed il 2019 2.7 miliardi di Euro, mentre la commissione europea ha stanziato per i prossimi 8 anni 9.3 miliardi di Euro per il nuovo Fondo integrato di gestione delle frontiere.

In tutta Europa dunque il tema del presidio dei confini è molto sentito e non ha mai smesso di esserlo. Né, tanto meno, smetterà di esserlo in futuro. E nel frattempo negli ultimi anni altri confini sono stati fortificati, anche nell’est Europa: tra i Paesi baltici e la Russia le frontiere sono sempre più presidiate, stesso discorso per i chilometri di barriere posti tra il territorio norvegese e quello della federazione russa. E con la Brexit, anche il canale della Manica sarà sempre più sorvegliato. L’unica breccia al momento è quella riguardante le coste italiane.