Le elezioni amministrative in Turchia del 2019 e la seconda chiamata alle urne dei cittadini di Istanbul hanno avuto un comune denominatore: i rifugiati siriani.

I circa 3,6 milioni di profughi provenienti dalla vicina Siria che il Governo turco si è impegnato a trattenere nel proprio territorio per prevenirne l’arrivo in Europa sono stati al centro della campagna elettorale di tutti gli aspiranti sindaci, dai Comuni più grandi a quelli più piccoli.

Le posizioni sono state principalmente due: da una parte gli esponenti del Partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdogan, disposti – per mero calcolo politico – a far restare i siriani nel Paese finché la Turchia non creerà una zona cuscinetto al confine con la Siria; dall’altra il Chp, che ha giocato la carta del rimpatrio immediato e della fine degli aiuti ai profughi.

Questa stessa divisione si è riprodotta in occasione delle elezioni del sindaco di Istanbul, città che ospita più di un milione di rifugiati siriani, residenti per lo più nel quartiere di Fatih, noto anche come Little Syria.

Il candidato del Chp Ekrem Imamoglu in campagna elettorale ha puntato sulla rabbia e sulla frustrazione dei cittadini nei confronti dei siriani, mentre Binali Yildrim (Akp) ha promesso ai rifugiati un posto sicuro in cui restare fino alla creazione di una zona cuscinetto al confine tra i due Stati.

A vincere il 23 giugno è stata la visione di Imamoglu, accompagnata dalla diffusione su Twitter dell’hashtag #SuriyelilerDefoluyor (Siriani andate a casa), segno di un malcontento della popolazione di Istanbul in particolare e della Turchia in generale nei confronti dei rifugiati proveniente dalla vicina Siria.

I casi di discriminazione

Istanbul non è il solo esempio di un diverso approccio dei due maggiori partiti turchi nei confronti dei siriani.

A inizio giugno il sindaco di Mudanya, città costiera della provincia di Bursa, ha vietato l’accesso alla spiaggia ai profughi siriani. Per giustificare la sua decisione, Hayri Türkyılmaz (Chp) ha scritto su Twitter che “Nessuno ha il diritto di disturbare gli altri o di limitare le loro libertà. Mentre i nostri figli muoiono (in Siria), le nostre madri piangono, la nostra economia sta crollando, non tollereremo che la nostra gente sia infastidita da chi vive una vita di confort”.

Il riferimento è ovviamente ai profughi siriani, accusati di vivere sulle spalle dei turchi e di star danneggiando l’economia del Paese accettando lavori poco pagati o non lavorando affatto. Sempre sulla scia del risentimento nei confronti dei siriani si colloca la decisione del sindaco della provincia di Bolu, Tanju Özcan (Chp), di tagliare gli aiuti municipali ai profughi e di non concedere loro nuove autorizzazioni per aprire dei negozi.

Una mossa a cui aveva risposto con indignazione il sindaco dell’Akp della vicina Agri, che aveva invitato i siriani a trasferirsi nel suo distretto. Gesto non esattamente apprezzato dai suoi concittadini.

Akp e Chp: due approcci differenti

Come detto, gli approcci nei confronti dei siriani sono principalmente due. Da una parte quello dell’Akp del presidente Erdogan, che ha assunto un atteggiamento più conciliante, e dall’altra quello del partito di centro-sinistra Chp.

Quest’ultimo è stato spesso accusato di aver assunto posizioni sempre più populiste per sottrarre voti al partito di governo, puntando quindi sui sentimenti anti-siriani sempre più diffusi all’interno della società. Il 79 per cento dei turchi vuole che i profughi ritornino in Siria e con il tempo si è assistito ad un aumento dei preconcetti nei loro confronti: i siriani e le siriane infatti sono spesso additati come pigri, ingrati, ladri, prostitute e incapaci di adeguarsi ai dettami della società turca.

Il partito di Erdogan ha scelto invece un approccio più moderato, continuando ad accogliere i profughi ma assicurando che presto i siriani faranno ritorno nel Paese, che la guerra sia finita o meno. A questo proposito la Turchia sta da tempo avanzando l’ipotesi di creare una zona cuscinetto al confine con la Siria in cui installare i rifugiati.

Così facendo il guadagno per il Governo sarebbe doppio: potrebbe liberarsi di una parte dei profughi e avere il controllo di una zona sensibile della vicina Siria, imponendo anche un ripopolamento su base etnica. A tutto discapito dei curdi e della loro rivoluzione.