Con la sconfitta elettorale a Istanbul il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha imparato un’importante lezione: mai più sottovalutare il risentimento della popolazione nei confronti dei rifugiati siriani.

Per questo motivo da alcuni giorni il governo ha lanciato una campagna contro i migranti senza permesso di residenza che si sono trasferiti “illegalmente” nella città di Istanbul: chi viene trovato senza i documenti richiesti, hanno fatto sapere le autorità, sarà trasferito nella provincia in cui era stato registrato. Come riportato nell’ordinanza firmata dal governatore della città e in linea con le direttive del ministero dell’Interno: “Gli stranieri di origine siriana sotto protezione temporanea non registrati a Istanbul hanno tempo fino al 20 agosto per ritornare nelle città di registrazione. Chi non è sotto protezione temporanea è trasferito da Istanbul a città da determinare. Istanbul è chiusa a ogni nuova registrazione”.

L’intento del governo è quindi quello di blindare la città e ridurre la presenza dei migranti, giunti a Istanbul da diverse parti del Paese in cerca di lavoro in un momento in cui la crisi economica non accenna a diminuire. Proprio l’aumento del numero di rifugiati e la mancata ripresa dell’economia hanno fatto aumentare negli ultimi tempi il sentimento anti-siriano nel Paese anatolico, con il 79 per cento dei cittadini turchi che chiede al Governo il rimpatrio dei profughi nel più breve tempo possibile.

Secondo la stragrande maggioranza della popolazione, la colpa della disoccupazione galoppante sarebbe proprio dei rifugiati siriani, che oltre a “rubare il lavoro” peserebbero troppo sulle casse dello Stato, a tutto discapito dei cittadini turchi.

Non è un caso che il tema dei profughi sia stato anche al centro della campagna elettorale per la poltrona di sindaco di Istanbul, né che abbia contribuito alla vittoria del candidato del Chp Ekrem Imamoglu, che ha scelto un approccio meno moderato rispetto all’avversario dell’Akp.

Erdogan, come detto, ha imparato la lezione e a pochi mesi dalla sconfitta e pochi giorni dopo aver ricevuto una nuova tranche di aiuti dall’Unione Europea per la gestione dei 3,6 milioni di profughi presenti sul territorio turco ha dato il via alle retate contro i siriani in tutto il Paese.

Le deportazioni in Siria

Le nuove misure però non hanno preso solo di mira i migranti senza permesso per restare a Istanbul. Come rivelato a Middle Est Eye da fonti dell’opposizione siriana, le autorità hanno anche riportato con la forza circa mille siriani nella provincia di Idlib, enclave in mano ai jihadisti e agli ultimi ribelli anti Assad, da mesi sotto il fuoco dei bombardamenti governativi e russi.

A denunciare il clima di caccia alle streghe in Turchia sono stati anche diversi attivisti, che su Twitter hanno raccontato che chi viene trovato senza le autorizzazioni richieste è costretto a firmare un documento in turco in cui acconsente ad essere riportato in Siria, per poi venire ammanettato e messo su un autobus diretto al confine.

Il presidente Erdogan aveva annunciato nei mesi passati l’intenzione di riportare in Siria almeno un milione di rifugiati, ma solo dopo aver creato una “safe-zone” al confine tra i due Paesi. Nonostante le pressioni di Ankara, le potenze internazionali che operano in Siria e il governo di Bashar al Assad non sono riusciti a trovare un accordo sulla profondità e l’estensione della zona di sicurezza, ritardando ulteriormente il piano del presidente turco.

Dopo la sconfitta di Istanbul, però, Erdogan è stato costretto a cambiare piano e ad accelerare le procedure di rimpatrio dei siriani per cercare di riconquistare quegli elettori che gli hanno voltato e dimostrare a chi lo ha sempre sostenuto il suo impegno verso i cittadini. Il tutto nel silenzio dell’Ue, messa continuamente sotto scacco dal presidente turco e dalla minaccia di riaprire da un momento all’altro i confini del Paese ai profughi desiderosi di arrivare in Europa.