Un gruppo di migranti scovato in Grecia ed arrivato dalla Turchia non fa notizia: nel Paese ellenico, soprattutto da questa estate, il numero degli sbarchi è aumentato e si è nuovamente iniziato a parlare di vera e propria emergenza. Questa volta però non c’è stato alcuno sbarco: i migranti sono stati rintracciati all’interno di un tir nella cittadina di Xanthi, non lontano dal confine con la Turchia. È il segno di come oramai gli occhi sul fenomeno migratorio in Grecia non debbano più essere rivolti verso le isole dell’Egeo, bensì anche verso i confini terrestri con la Turchia.

Un allarme per tutta l’Europa

La notizia del ritrovamento di un tir con all’interno dei migranti è arrivata a pochi giorni dalla tragica scoperta, nel sud dell’Inghilterra, di 39 cadaveri dentro un camion frigo partito verosimilmente dalla Bulgaria. E alcune assonanze con il caso greco sono ben rintracciabili: anche il tir fermato a Xanthi infatti aveva targhe bulgare, anche se non è possibile al momento ricostruire l’intero tragitto fatto dal mezzo. Il sospetto delle autorità elleniche è che il camion possa essere arrivato dalla Turchia. Al suo interno i migranti erano in condizioni quasi disperate: in un minuscolo spazio infatti, ben 41 persone attendevano in silenzio di arrivare a destinazione ma sarebbero bastate poche ore di viaggio in più per rischiare di morire soffocati. I migranti erano tutti afghani, eccezion fatta per un iraniano e un siriano. Il conducente del mezzo, arrestato dalla Polizia greca, era invece di nazionalità georgiana.

Infografica di Alberto Bellotto

L’episodio sta a dimostrare come la rotta turca stia sempre più prendendo piede anche via terra. Non solo quindi barconi e gommoni diretti verso Lesbo e le altre isole dell’Egeo, le organizzazioni di trafficanti di esseri umani hanno iniziato a sfruttare anche gli attraversamenti del confine terrestre tra Turchia e Grecia. Un percorso che, come dimostrato da quanto scoperto a Xanthi, non è meno pericoloso di quello marittimo. E questo vale sia per la sicurezza dei migranti, così come per l’Europa: l’apertura di un nuovo fronte ai confini orientali dell’Ue, potrebbe dare sempre più linfa alla rotta balcanica. Quest’ultima, che tra il 2015 ed il 2016 ha generato non poche tensioni politiche nell’est e nel nord Europa, è stata parzialmente interrotta con gli accordi che Bruxelles ha sottoscritto con Ankara, al cui governo vanno ogni anno tre miliardi di Euro. Ma da questa estate, complici gli aumenti degli approdi in Grecia, la rotta ha fatto registrare nuovamente numeri importanti. E Paesi quali Bosnia e Slovenia sono alle prese, oramai da mesi, con il contrasto ad un’immigrazione che ha ripreso a sfruttare il corridoio balcanico. Un problema da cui non è esente nemmeno l’Italia: in Friuli sono stati diversi, in questo 2019, gli episodi contraddistinti dall’attraversamento del confine con la Slovenia da parte di alcuni gruppi di migranti.

Lo spettro di Erdogan

Ogni qualvolta si nota un episodio che ben testimonia l’aumento degli arrivi dalla Turchia, il pensiero non può non andare alle minacce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan sia delle ultime settimane, ma anche dell’estate appena trascorsa. Più volte da Ankara, sia in relazione alla questione relativa alle tensioni sul gas cipriota che su quella inerente la propria iniziativa militare contro i curdi, il capo dello Stato turco ha minacciato il vecchio continente di riaprire i corridoi dell’immigrazione. Se è vero che al momento non sono stati registrati comunque gli stessi dati del periodo nero compreso tra il 2015 ed il 2016, è altrettanto vero però che l’aumento degli arrivi dalla Turchia non è frutto di una casualità.

E le autorità di Atene, dal canto loro, adesso temono di dover gestire una doppia emergenza: la prima che riguarda il mai chiuso canale migratorio dell’Egeo, l’altra invece relativa all’apertura della nuova rotta terrestre. Una situazione inedita che allarma e non poco. E la sensazione è che l’episodio sopra descritto di Xanthi non sia destinato a rimanere isolato.