“Nessun custode ormai negli edifici, nessuna soglia dei negozi. Non è altro che l’annuncio di tempi tristi”. Non è una frase di Donald Trump o di un altro sovranista amante degli steccatima una delle argomentazioni rintracciabili in “Elogio delle frontiere”, un pamphlet di Régis Debray. Delimitare gli spazi è tornato d’attualità. Lo sostiene l’intellettuale francese citato, che è di estrazione socialista e anzi lo ritiene appunto elogiabile, ma pure il presidente degli Stati Uniti d’America, che è impegnato nella ricerca di una soluzione utile alla costruzione del celebre muro al confine con il Messico.

The Donald, sulla necessità di confini precisi con il popolo messicano, si è giocato in parte la scorsa campagna elettorale per le presidenziali. Non può ripresentarsi agli elettori americani, dopo aver assicurato l’edificazione di quel muro a mo’ di mantra, senza aver mantenuto quella promessa. Novembre 2020 si avvicina. Da qualche giorno viene ventilata una possibilità nuova: pali d’acciaio, neri come la pece, per motivi che andremo a spiegare.

Régis Debray dice pure che “il delinquente non interiorizza la nozione del limite”. Il tycoon usa un linguaggio decisamente meno raffinato, ma si muove più o meno nello stesso orizzonte idealistico – interpretativo. Poi ci sono le ragioni pratiche: il bianco allontana il calore solare. Il nero lo attrae, bruciando. Coloro che tenteranno di sconfinare, potrebbero essere accolti dagli effetti del sole cocente. Non piacerebbe, in caso, a papa Francesco e ai vescovi della nazione sudamericana, che sulla tutela dei migranti messicani sono intervenuti spesso e volentieri.

Una disamina completa dell’ipotesi in ballo si trova su Il Corriere della Sera: la muraglia di pali, a costare, costa. Si parla di 1,4 milioni di dollari. Ma il progetto iniziale era molto più esoso. Se c’è una mossa che non è piaciuta ai newyorkesi radical chic, secondo la geniale definizione di Tom Wolfe, questa è stata lo shutdown. Vale la pena interrompere le attività pubbliche di un’intera nazione per un confine? Il magnate sta riflettendo, ma la sensazione è che sia disposto a tutto: ne va della sua credibilità politico-elettorale.

Uno dei modi scelti per descrivere la contemporaneità è la dialettica dicotomica tra muri e ponti. Il Commander in Chief è il principale esponente della prima corrente di pensiero. Jorge Mario Bergoglio è quello della seconda. L’unica muraglia tangibile per ora tra Stati Uniti e Messico, però, è quella voluta da Bill Clinton, che magari con il Santo Padre sarebbe andato d’accordo. Sono i paradossi di questi tempi. Dalle parti dei Democratici, intanto, si scalpita in vista delle primarie. Il Texas, con la candidatura di Beto O’Rourke e sulla scia dei risultati delle elezioni di medio termine, sembra sull’orlo di un clamoroso “switch”. E Donald Trump pensa che per evitare uno scenario del genere, che sarebbe catastrofico, debba essere declinato al passato quel “build a wall” che abbiamo ascoltato tante volte.

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