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Migrazioni

Trump ferma le retate ICE: pesa la pressione delle lobby ispaniche e delle aziende

Le pressioni degli imprenditori di settori-chiave come l'agricoltura e delle lobby ispaniche (15% degli elettori) si sono fatte sentire.

Il 14 giugno, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale americano ha ordinato allo United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) la sospensione immediata delle retate nei settori agricolo, alberghiero e della ristorazione. La decisione arriva dopo settimane di controlli a tappeto in tutto il Paese e segna un’apparente battuta d’arresto nella politica migratoria dell’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca con un’agenda muscolare in tema.

Nelle ultime settimane, le operazioni dell’ICE si sono intensificate nei principali distretti produttivi. Campi agricoli, magazzini industriali e ristoranti sono diventati bersagli abituali delle forze federali. Il 6 giugno, nel quartiere di Westlake, a Los Angeles, un intervento in un impianto tessile ha portato all’arresto di decine di lavoratori centroamericani. La risposta è stata immediata: migliaia di persone sono scese in strada denunciando l’uso eccessivo della forza e chiedendo garanzie per le famiglie coinvolte. “Non siamo criminali, siamo lavoratori. Questo Paese si regge anche sulle nostre spalle”, ha dichiarato un manifestante in uno dei tanti video che circolano in rete.

Le comunità centro e sudamericane rappresentano oltre il 60% della popolazione immigrata negli Stati Uniti. In settori come l’agricoltura, il 25% della manodopera è composta da lavoratori privi di documenti. Nell’ospitalità, si contano oltre 2 milioni di impiegati migranti, in particolare in Stati come California, Texas e Florida, dove la componente ispanica è anche un soggetto politico sempre più influente. Nel 2024, il 15% degli elettori registrati a livello nazionale era di origine latinoamericana, una percentuale che continua a crescere, rafforzando l’importanza strategica di questa componente demografica nei cicli elettorali futuri. Aree urbane come Miami-Dade, Maricopa (Arizona) o Clark County (Nevada) sono ormai considerate decisive per qualsiasi campagna presidenziale.

La memoria del primo mandato e le fratture interne

Durante il primo mandato Trump, era già stato utilizzato un metodo per l’espulsione rapida dei migranti: il Titolo 42. Si tratta di una misura adottata dagli Stati Uniti durante la pandemia di COVID-19 che ha permesso il respingimento immediato dei migranti intercettati al confine Sud, senza dar loro la possibilità di richiedere asilo, con la motivazione di prevenire la diffusione del virus. Introdotto nel marzo 2020 dall’amministrazione Trump, è rimasto in vigore anche sotto la presidenza di Joe Biden, che lo ha utilizzato per oltre due anni, fino alla sua revoca nel maggio 2023, nonostante le promesse iniziali di una politica migratoria più umana. In questo arco temporale è stato usato oltre 2,5 milioni di volte, contribuendo a un significativo calo degli ingressi regolari e a forti critiche soprattutto da parte delle organizzazioni per i diritti umani.

Durante questo periodo inoltre, il Governo ha rafforzato il controllo del confine con un aumento delle forze di sicurezza e delle barriere fisiche. Le recenti retate ne hanno rievocato lo stile, contribuendo ad acuire tensioni sociali latenti. Non è tutto. A Los Angeles e Houston si registrano crescenti frizioni tra comunità afroamericane e latinoamericane, alimentate dalla competizione per impieghi poco qualificati e dal senso di marginalizzazione reciproca. All’interno delle stesse comunità ispaniche, inoltre, si moltiplicano le divisioni tra immigrati regolarizzati e nuovi arrivati, spesso privi di protezione legale. “In tempi di crisi economica, il migrante diventa il bersaglio più facile”, ha osservato Maribel Muñoz, ricercatrice presso il Migration Policy Institute, un autorevole centro di ricerca indipendente con sede a Washington specializzato in politiche migratorie, “Ma è un errore strategico e morale confondere la vulnerabilità con l’illegalità”.

Dietro la sospensione delle retate c’è anche una forte pressione da parte del mondo economico. Il settore agricolo, che produce oltre 1,2 trilioni di dollari l’anno, è tra i più colpiti. In California, la raccolta di frutta e verdura è stata rallentata dalla fuga dei lavoratori irregolari, spesso informati in anticipo del rischio di controlli. Le operazioni dell’ICE, per quanto spesso annunciate come “improvvise”, non sempre colgono di sorpresa i lavoratori. In molte comunità con alta presenza di migranti infatti, si è strutturata una vera e propria rete informale di allerta, composta da attivisti, organizzazioni religiose, sindacati e volontari locali. Alcuni utilizzano canali criptati sui social, SMS di massa e app di messaggistica per diffondere in tempo reale notizie su controlli e incursioni in corso, avvertendo famiglie e lavoratori prima dell’arrivo degli agenti.

Anche alcuni imprenditori, preoccupati per l’impatto sul proprio business, hanno in passato avvertito i dipendenti, in modo informale, di “non presentarsi” in determinati giorni. Secondo un’inchiesta della ONG ProPublica, in alcune aree dell’Arizona e del Texas, per esempio,  sono gli stessi consiglieri scolastici, parroci o membri di consigli municipali a informare le famiglie migranti per proteggere minori e lavoratori non registrati.

Eppure questo non basta a fermare le conseguenze nei settori interessati: nell’agricolo, interi raccolti sono andati persi o sono stati lasciati nei campi, impattando direttamente sulla catena distributiva e sul prezzo dei prodotti. Situazione analoga nel settore turistico e della ristorazione. In Florida, proprietari di ristoranti e hotel hanno denunciato ritardi, disservizi e difficoltà operative a causa della carenza di personale, aggravata dalle operazioni dell’ICE nei mesi primaverili.

Dinamiche politiche: un equilibrio difficile

Sul piano politico, la decisione della Casa Bianca appare come un tentativo di bilanciare due esigenze divergenti. Da un lato, mantenere la linea dura sull’immigrazione, elemento centrale del consenso repubblicano. Dall’altro, evitare la rottura con l’elettorato ispanico e con le imprese che dipendono dalla forza lavoro migrante. In vista delle elezioni di midterm, il Partito Repubblicano sa di non potersi permettere di perdere terreno in stati chiave dove il voto latino può fare la differenza. Arizona e Nevada, ad esempio, sono ormai terreno di contesa non solo tra partiti, ma tra visioni opposte dell’identità nazionale. Il Segretario alla Sicurezza Nazionale, Kristi Noem, in una conferenza stampa, ha chiarito i limiti della nuova direttiva: “Non si tratta di un’amnistia o di un arretramento. Le operazioni continueranno contro chi rappresenta un pericolo per la sicurezza pubblica”. Un messaggio destinato a rassicurare l’elettorato più conservatore, ma che lascia aperti molti interrogativi sul futuro della gestione migratoria.

Aspettando una riforma

Per milioni di migranti senza documenti, la sospensione delle retate rappresenta solo una pausa momentanea. La mancanza di uno status giuridico chiaro li espone a una vita fatta di precarietà, sfruttamento e marginalizzazione. Secondo stime del Pew Research Center, organizzazione americana che conduce ricerche su temi sociali, negli Stati Uniti vivono circa 11 milioni di persone in condizione di irregolarità, molte delle quali presenti nel paese da oltre dieci anni. Le organizzazioni per i diritti dei migranti chiedono da tempo un intervento legislativo strutturale. La CHIRLA (Coalition for Humane Immigrant Rights), una delle più attive in California, ha ribadito la richiesta di una regolarizzazione per i lavoratori essenziali. “Durante la pandemia li abbiamo chiamati ‘eroi’. Ora li perseguitiamo”, ha dichiarato Angelica Salas, direttrice dell’organizzazione. “Serve coerenza, non opportunismo politico”. Nel frattempo, cresce il malcontento anche tra le seconde generazioni, giovani nati negli Stati Uniti da famiglie irregolari, spesso costretti a vivere all’ombra del rischio di espulsione dei propri genitori. In molti casi, questi ragazzi frequentano scuole pubbliche, parlano solo inglese e si considerano pienamente americani. Ma la legge continua a escluderli da un futuro certo. 

La sospensione dei blitz dell’ICE non chiude il dibattito, lo sposta. Resta da capire se sarà il preludio a una politica più umana e razionale, o se si tratta solo di una pausa tattica in vista delle urne. Il nodo centrale, una riforma organica del sistema migratorio, continua a essere rinviato da oltre due decenni. Intanto, mentre la politica si muove tra ambiguità e calcolo, milioni di persone restano sospese, costrette a vivere tra l’essere indispensabili e l’essere invisibili.

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