La Grecia è in ginocchio. Il sistema di accoglienza allestito da Atene non riesce più a far fronte ai numerosi immigrati che continuano ad approdare sul territorio nazionale. Alcune isole greche, là dove erano stati allestiti appositi campi profughi, sono al collasso. La rabbia degli abitanti locali è ormai insostenibile.

Proprio in queste ore, migliaia di cittadini e imprenditori stanno scioperando e protestando nei luoghi più colpiti dall’immigrazione. La richiesta è una: il governo deve contrastare in tutti i modi il grave sovraffollamento dei centri di accoglienza.

È per questo motivo che la maggior parte dei negozi e degli uffici pubblici sono rimasti chiusi sulle isole di Lesbo, Chio e Samo. Qui i campi sono occupati da un numero di persone dieci volte superiore rispetto a quello previsto. Come se non bastasse l’insofferenza dei cittadini, anche le agenzie umanitarie internazionali hanno duramente criticato le condizioni di vita in alcuni di essi.

Le isole greche protestano

La giornata di protesta è stata organizzata dai governatori regionali e dai sindaci, che giovedì intendono andare ad Atene per presentare le proprie richieste al governo guidato da Kyriakos Mitsotakis.

Per dare un’idea delle proteste, a Lesbo sono scese in piazza 6mila dimostranti, a Samo 2mila. In ogni caso, accanto a persone arrabbiate che chiedevano a gran voce di potersi riappropriare del territorio, c’erano anche cittadini che volevano semplicemente denunciare le pessime condizioni dei campi di accoglienza.

Stando agli ultimi dati ufficiali diramati dall’agenzia Onu per i rifugiati, nel corso del 2019 sono entrati illegalmente in Grecia dalla Turchia circa 75mila immigrati, in aumento del 50% rispetto all’anno precedente. A Lesbo, uno degli epicentri delle proteste, c’è un campo che ospita 19mila richiedenti asilo, anche se la sua capacità di accoglienza massima arriva ad appena 2.840 unità.

Il governatore dell’isola, Kostas Moutzouris, ha detto di essere stufo di vedere le isole del Paese trasformate in luoghi di “concentramento e detenzione”. “Il popolo dell’Egeo è pacifico e comprensivo – ha spiegato ancora Moutzouris – ma la situazione può sfuggire di mano in ogni momento. Ci sono già stati scontri e problemi con i nostri ospiti. Pochi giorni fa una persona è stata uccisa, ieri c’è stato un ferito. Le terribili condizioni a cui sono sottoposti rovinano la vita a questa gente”.

Non dissimile il contesto nel capoluogo Vathy, a Samos. Qui ci sono 7500 abitanti e altrettanti richiedenti asilo stipati nel centro di accoglienza locale.

La contromossa di Atene

Era da tempo che la Grecia stava dimostrando segnali di evidente cedimento. Lo scorso novembre, per cercare di contrastare quella che ormai può essere considerata una vera e propria emergenza nazionale, Atene aveva annunciato un provvedimento per chiudere i campi profughi sulle isole per sostituirli con apposite strutture chiuse.

Al fine di decongestionare le isole, il piano prevede il trasferimento delle persone stanziate nei campi in altri complessi chiusi, sempre sulle medesime isole. Ognuno di questi nuovi stabilimenti può contenere almeno 5mila persone; al loro interno ogni singolo migrante sarà identificato e potrà conoscere il proprio futuro.

In altre parole, i migranti che che riceveranno l’ok saranno trasferiti sulla terra ferma, mentre tutti gli altri rispediti in Turchia. Qualche settimana fa, tra l’altro, il primo ministro greco Mitsotakis aveva tuonato contro Bruxelles: “L’Europa considera i Paesi di arrivo come la Grecia come un comodo parcheggio per rifugiati e migranti. È questa la solidarietà europea? Non lo accetterò più”. Eppure Atene è ancora sola.

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