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“Inshallah”. Lo gridano in coro alcuni giovani migranti afghani stipati in una baracca alle pendici delle colline di Bihac, in Bosnia. Quando gli si chiede se l’indomani mattina proveranno di nuovo ad affrontare “the game” rispondono: “Inshallah”, a Dio piacendo. Il gioco di cui si parla consiste nell’avventurarsi tra i boschi ad ovest della Federazione bosniaca, attraversare in qualche modo il fiume Una (più semplice in agosto, ben più complicato nel resto dell’anno), evitare di essere incrociati e respinti dalla polizia della vicina Croazia e riuscire così ad entrare in Unione europea. Da lì, proseguire il viaggio che in alcuni casi dura da mesi verso l’Italia, la Germania o la Francia.

D’estate sono tantissimi, circa 7mila, anche se i censimenti sono quasi impossibili, concentrati nelle fabbriche abbandonate, nelle foreste, nei campi d’accoglienza a Bihac: la Lampedusa dei Balcani. In quella che è a tutti gli effetti la capitale della cosiddetta “rotta balcanica”, il fenomeno migratorio non viene gestito, bensì accantonato, tollerato malamente, “scaricato” alle responsabilità dell’Unione europea e degli stati direttamente interessati: Croazia, Slovenia, Austria, Ungheria (che ha chiuso qualsiasi tipo di accesso escludendo così il passaggio verso la Serbia e verso la Republika Srpska, l’entità interna alla Bosnia amministrata da serbi).

Volontari tra i boschi di Bihac (Foto Daniele Dell’Orco)

70 mila arrivi in tre anni

Dal 2018 ad oggi oltre 70mila tra afghani, pakistani, bengalesi e qualche nordafricano che non ha percorso la rotta mediterranea, hanno sfidato la sorte passando per Bihac. Senza alcun tipo di assistenza reale né corridoi umanitari degni di nota, sono finiti nel limbo dei campi d’accoglienza di Bira e Lipa. Il primo, nel pieno centro della città da 60mila abitanti, è stato chiuso a settembre 2020 dopo le proteste veementi dei residenti locali. Che attenzione, in quanto bosniaci-musulmani, sanno bene cosa voglia dire essere costretti all’esodo visto che i più adulti hanno vissuto sulla loro pelle l’esperienza della guerra e dell’abbandono delle proprie case durante la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, stretti tra i croati ad ovest e i serbi ad est. “Stavolta però – dicono alcuni di loro – La situazione è insostenibile. Sono troppi”.

Così, le autorità hanno concentrato la maggior parte dei rifugiati a Lipa, un altopiano isolato 30km a sud di Bihac. Ufficialmente per minimizzare il rischio di contagi da Covid-19 e concentrare i migranti in una struttura più accogliente. Ufficiosamente, per spostare il problema fuori città. L’IOM, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, a dicembre ha annunciato di voler chiudere il campo per via delle condizioni disumane denunciate già da diverse associazioni umanitarie, e il campo è piombato nel caos. Sull’onta della rabbia, alcuni migranti hanno fuoco a delle tende. Ne è nato un rogo di proporzioni abnormi. Tutti, o quasi, sono fuggiti nelle ex fabbriche dismesse o bombardate durante la guerra.

Il Consiglio dei ministri bosniaco ha così preso la palla al balzo e ha deciso di riallestire il campo e riconvertirlo a centro di accoglienza ufficiale, approfittando magari dei fondi europei che dal 2018 sono arrivati nell’ordine di circa 135 milioni, finiti chissà dove negli apparati statali divisi tra bosniaci e serbi, nelle tasche di funzionari corrotti, nella gestione “spartana” delle associazioni umanitarie.

Verso un unico grande campo

Da settembre, circa 1500 persone verranno accolte a Lipa. Non solo uomini come accadeva in passato, ma anche donne e bambini. Ma il problema sarà tutt’altro che risolto. Perché la Bosnia intende dirottare a Lipa molti altri rifugiati sparsi nei campi “ufficiosi” nella regione, molti altri ancora ne arriveranno in fuga dall’Afghanistan, e praticamente nessuno chiede asilo e si colloca all’interno della società bosniaca (sono poco più di 1000 le richieste pervenute negli ultimi anni). Il nuovo campo di Lipa dovrebbe essere più confortevole, con container al posto delle tende, elettricità e vaccini anti-Covid. Ma resta il fatto che nessuno vuole restare in Bosnia.

Lipa rischia così di diventare un mega-ghetto in cui rinchiudere i migranti, liberi di uscire dall’alba fino alle ore 16.00, verosimilmente solo per tentare di attraversare il confine o di trasferirsi nelle foreste intorno a Bihac. Esattamente come accade ora e come abbiamo avuto modo di documentare su segnalazione di una delle Ong che presta assistenza ai migranti. O almeno ci prova. Perché oltre al confinamento, la strategia portata avanti dal governo bosniaco è quella della deterrenza.

Un bivacco improvvisato (Foto Daniele Dell’Orco)

La Bosnia, dov’è vietato donare anche solo del cibo ai migranti, punta a diventare così “inospitale” da convincere i rifugiati a non partire proprio. Già dal 2019 il governo ha istituito posti di blocco per impedire (senza successo) l’ingresso nel Cantone, ha vietato di prendere in affitto stanze in ostelli o in abitazioni private lasciando le persone nelle strade, ha reso complicatissima (e lunghissima) la concessione dei visti.

“Ma comunque saranno in tantissimi – ci spiega Milan (nome di fantasia) – Perché anche chi viene respinto da Slovenia, Italia, Ungheria o Serbia, in un modo o nell’altro finisce qui, a Bihac”. È così che la Bosnia è diventato il più grande hub “terrestre” per i migranti in Europa. Un collo di bottiglia dove si vive in condizioni disastrose tra i boschi, o sotto lo zero negli edifici abbandonati durante la stagione fredda.

E quando ad arrestare la corsa verso l’Europa non ci pensano il freddo, le malattie o la polizia croata, i migranti rischiano di finire su una mina antiuomo retaggio della guerra del 1995, o di essere presi di mira dalle gang di stranieri, chiamati “Ali-Baba”, che in Bosnia si sono organizzati non per attraversare il confine ma solo per derubare i rifugiati dei pochi soldi che riescono a farsi inviare per intraprendere “the game”.

Rischio catastrofe nel prossimo inverno

“È così – ci racconta ancora Milan – che alcuni muoiono accoltellati. Ne abbiamo trovati diversi che sono sepolti nel cimitero di Humci”. È un piccolo appezzamento di terra a Bihac dove campeggiano una ventina di lapidi, molte delle quali senza alcun nome sopra ma con solo la dicitura “NN Lice”, che vuol dire in sostanza John Doe, e la causa della morte. Che non è mai naturale. La crisi umanitaria, in questo modo, non si arresta mai. Anzi, peggiora anno dopo anno. Nei mesi a venire c’è da scommettere che migliaia di afghani in fuga dalla morsa dei talebani finiranno a Bihac, proprio nel periodo peggiore: l’inverno.

Il malcontento, sia da parte dei residenti che degli stessi migranti, rischia di salire alle stelle e i casi di scontri violenti sono in aumento. Sui social la rabbia monta da tempo e ci sono diversi gruppi Facebook di cittadini di Bihac in cui si invocano espulsioni o provvedimenti severi nei confronti degli irregolari. E la crisi afghana, in qualche modo, ha già impattato, con la chiusura dei Money Transfer di Kabul che sono indispensabili per l’invio di denaro per il sostentamento o per attraversare il confine. L’Europa al momento non intende avviare politiche di redistribuzione, o imbastire sistemi di accoglienza diversi. La Bosnia, nel frattempo, fa quel che può. Spesso anche meno.

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