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Aprire e chiudere. Accogliere pochi e respingere tanti. Dentro gli ucraini (soprattutto quelli ortodossi) e fuori tutti gli altri (in particolare gli islamici). È il modello Grecia voluto dal molto conservatore premier Kyriàkos Mitsotakis: il fiore all’occhiello è il campo migranti di Samos, il “Multi purpose reception e identification centre”, una struttura “d’accoglienza” assai selettiva, di certo molto severa. Ovunque filo spinato, sistemi di videosorveglianza, doppie porte, sbarre d’acciaio, cemento armato e scanner. Nella piccola isola dell’Egeo vengono concentrati gran parte degli irregolari (sette su dieci) provenienti dalla vicina Turchia. Qui si prevede all’identificazione, alla valutazione dei requisiti dei richiedenti asilo e al respingimento dei non aventi diritto. Senza appello.

Ovviamente le Ong d’ogni latitudine e i loro politici di riferimento gridano allo scandalo. A loro avviso il campo funge più da trampolino per i respingimenti che da porta d’entrata verso il vecchio Continente e accusano la polizia ellenica di metodi brutali o persino d’impiegare nuclei di migranti come ausiliari nella caccia ai clandestini.

Vero, verosimile o falso che sia il governo greco se ne frega. Con i soldi dell’Unione europea (circa 276 milioni di euro…), il governo d’Atene sta ora costruendo altre quattro strutture (a Lesbo, Chios, Kos e Leros) e prosegue imperito nel suo progetto. “La nostra priorità assoluta è un’efficace protezione delle frontiere”, ribadisce il ministro della Migrazione Notis Mitarakis snocciolando i numeri: in un anno gli sbarchi nelle isole dell’Egeo sono diminuiti del 96%. In più il governo Mitsotakis presenta come un successo l’indubbio miglioramento delle condizioni di vita degli “ospiti”: al posto delle misere baraccopoli del passato oggi i richiedenti asilo vengono alloggiati in strutture ad acceso controllato dotate di acqua corrente, servizi igienici, aree separate per le famiglie e maggiore sicurezza. Un modo secondo Mitarachi per restituire “dignità perduta alle persone in cerca di protezione internazionale e soddisfare le necessarie condizioni di contenimento per i migranti illegali che devono essere rimpatriati”. Al tempo stesso, almeno sinché dura la guerra, porte aperte ai profughi ucraini.

Sullo sfondo resta però il problema della Turchia, per i greci un vicino terribilmente ingombrante e invasivo. Non a caso la frontiera rimane volutamente porosa, somigliante a una saracinesca che si solleva o si chiude a seconda degli ondeggiamenti e delle necessità interne del governo di Ankara e alla fine tutto si riduce ad un affare molto redditizio. Un passo indietro. Nel 2016 la Turchia aveva siglato un accordo con l’Unione europea promettendo di ridurre l’immigrazione irregolare verso la Grecia (in cambio di denaro: 6 miliardi di euro, ufficialmente per garantire un’accoglienza a milioni di rifugiati siriani sul suo territorio). Poi nel 2020 una nuova crisi e il presidente Erdogan dichiarava di “non essere più disponibile a mantenere la chiusura delle frontiere con l’Europa” vista la crescente pressione di masse provenienti dall’Asia e all’Africa. Salvo poi “accettare” graziosamente un rifinanziamento di 485 milioni di euro dall’Unione Europea.

Insomma, i migranti impiegati cinicamente come “arma di pressione politica” o, se preferite, come un super bancomat.  Al punto che la Grecia ha più volte accusato la Turchia non soltanto di “non aver fatto abbastanza per arginare il fenomeno” e ha documentato più volte la stramba complicità della Guardia costiera anatolica nel traffico dei disperati.  A sua volta Ankara ha accusato più volte Atene di aver respinto illegalmente i migranti in “modo inumano”.

Un braccio di ferro che va avanti da anni, con diversi gradi d’intensità ma resta il dato che dal 2016 a oggi il meccanismo dei rimpatri, concordato all’epoca con l’Unione Europea, resta inceppato: in 5 anni Ankara ha accettato il ritorno in Turchia di appena 2140 migranti irregolari. Risultato? Le Ong protestano contro Atene, l’Unione Europea finanzia (con qualche imbarazzo) i centri di identificazione (o detenzione?), Ankara batte cassa. E continua a minacciare di rovesciare oltre l’Egeo nuove ondate di disperati.

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