Le autorità di Tripoli hanno liberatoBija”, alias Abdel-Rahman Milad, l’ufficiale della Guardia costiera libica accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante. L’ufficiale di Zawiya – che con i soldi per pattugliare il Mediterraneo e gestire i centri di detenzione dei migranti avrebbe acquistato ville e perfino cavalli da corsa – era stato arrestato lo scorso ottobre dalle potenti milizie Rada facenti capo all’allora ministro dell’Interno, Fathi Bashagha. Ma in Libia ora c’è un nuovo governo e la procura generale di Tripoli ha ordinato la scarcerazione, ufficialmente per mancanza di prove, nonostante Milad sia ricercato dall’Interpol e sia sotto sanzioni da parte delle Nazioni Unite. Il nome di Bija è noto in Italia perché le sue “imprese” sono state ampiamente documentate nelle inchieste dei giornalisti Nancy Porsia e Nello Scavo, che hanno fatto luce sul contrabbando di petrolio e il traffico di esseri umani, nonché sull’imbarazzante incontro riportato da Avvenire con il governo italiano avvenuto nel Cara di Mineo di Catania nel 2017.

Tempistica sospetta

La tempistica del rilascio di Abdel-Rahman Milad, accolto a Zawiya come un eroe, è singolare. Pochi giorni fa, il quotidiano Domani ha rivelato come la Porsia (benché non indagata) sia stata intercettata per mesi dagli inquirenti nel 2017 proprio mentre lavorava sugli ufficiali coinvolti nel traffico di esseri umani. Vale la pena ricordare che le inchieste in lingua inglese della giornalista italiana del 2016 sono state incluse nel report del Comitato sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: di fatto, è stata la giornalista a spingere l’Onu a includere Bija nella lista nera. In un post su Facebook (ancora oggi consultabile), Milad aveva poi minacciato la donna e la sua famiglia. La scarcerazione di Bija, in altre parole, avviene mentre in Italia è scoppiato il bubbone dell’inchiesta della procura di Trapani sulle partenze dalla Libia e i salvataggi nel Mediterraneo. Non solo. Il rilascio del presunto trafficante potrebbe inserirsi nel contesto del duello a distanza tra il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

Possibile ritorsione turca

Con Bija a piede libero, il rischio di un aumento delle partenze dei migranti dalla Libia con lo zampino dei turchi è concreto. I flussi migratori illegali via in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono già aumentati del +185,69% anno su anno nel 2021: si è passati da 2.977 a 8.505 arrivi in Italia alla mattina del 9 aprile. La rotta, per la verità, non riguarda solo la Libia, ma anche l’Algeria e soprattutto la Tunisia. Ma non bisogna dimenticare che la Turchia sta fornendo addestramento alla Guardia costiera libica facente capo al ministero dell’Interno. Al contrario, l’operazione aeronavale europea EuNavFor Med – “Irini”, guidata dall’Italia, ha sospeso il programma di addestramento dei guardiacoste affiliati al dicastero della Difesa. La città di Zawiya è peraltro cruciale nei delicati equilibri in Tripolitania. È tra i punti principali delle partenze dei migranti e snodo delle esportazioni petrolifere. Inoltre, le milizie di Zawiya sono state schierate in prima linea a Tripoli contro il generale Khalifa Haftar: il loro peso potrebbe farsi sentire nella campagna elettorale per le elezioni di dicembre.

Dabaiba vola da Erdogan

Mentre la Libia è stata la prima tappa estera del premier italiano Draghi, il capo del governo libico unitario Abdelhamid Dabaiba ha scelto la Turchia per la prima, importante visita di Stato a capo di una folta delegazione di cui fanno parte ben 14 ministri e il capo di stato maggiore, Mohammed al Haddad. Come riportato dall’Agenzia Nova, poco dopo la visita di Draghi a Tripoli è ripreso l’afflusso di mercenari siriani in Libia tramite la Turchia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Londra, Ankara avrebbe deciso di inviare 380 mercenari in Libia nei giorni scorsi. Il ritiro dei combattenti stranieri è previsto nell’accordo di cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite lo scorso 23 ottobre: il termine per il ritiro è scaduto da circa tre mesi, ma gli stivali di Turchia e Russia restano ben piantati sulla sabbia libica.