diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Dall’inizio dell’ondata migratoria dello scorso decennio, la situazione nelle isole greche ha vissuto un periodo di tensione tra manifestanti locali contrari all’accoglienza in loco da una parte ed il fronte della polizia e dei migranti dall’altra. E dopo la decisione del governo di Kiriakos Mitsotakis di potenziare ulteriormente le strutture adibite al segmento accoglienza-respingimento non ha fatto altro che peggiorare l’animo delle popolazione delle cinque isole greche che sono vessate dal fenomeno.

Come già sottolineato da InsideOver negli scorsi giorni, la decisione spontanea della popolazione – appoggiata dalle autorità delle isole – di occupare i terreni destinati ai nuovi edifici portava con sé il rischio di duri scontri con le forze dell’ordine della Grecia: e così è stato. Stando a quanto riportato da La Stampa, il bilancio dei feriti negli scontri avvenuti nella giornata di giovedì sarebbe di 60 persone – dei quali oltre due terzi tra le fila della polizia – e tutti sulle isole di Lesbo e di Chio.

Dopo l’avvenuta occupazione dei terreni, il governo della Grecia ha inviato un centinaio di agenti a presidiare la zona, i quali hanno cercato di disperdere i manifestanti con il lancio di lacrimogeni; subendo la risposta della popolazione. In quel momento sarebbero incominciati infatti i lanci di pietre e secondo i testimoni anche colpi da arma da fuoco nei confronti delle forze dell’ordine, generando uno scenario di guerra civile.

Nonostante al momento sia difficile stabilire per quanto tempo la libera associazione popolare avrà intenzione di portare avanti la protesta nei confronti di Atene, l’esasperazione della popolazione è diventata chiara agli occhi di tutta l’Europa: le isole dell’Egeo non possono sopportare ulteriore immigrazione. E nonostante lo scopo principale delle strutture sia quello di limitare il fenomeno delle tendopoli, la decisione centrale di potenziare l’apparato ha posto le basi per la dura reazione del popolo greco, che si è mobilitato per fermare il piano governativo.

Un sistema al collasso

Allo stato attuale, sulle isole di Samo, Lesbo, Chio e Kios sono presenti oltre 38mila rifugiati, nonostante la capacità ricettiva della regione si limiti ai poco più di 6mila posti. Con il nuovo piano, i posti di sistemazione in attesa della lavorazione delle domande saliranno a 20mila, non riuscendo a coprire tuttavia l’intera richiesta dell’area – senza considerare il rischio di una nuova ondata migratoria di massa dalla Siria.

È tanto chiaro quanto palese che la popolazione insulare della Grecia non sia in grado di reggere ulteriormente i numeri dei flussi, nonostante le promesse da parte del governo di Mitsotakis di migliorare gradualmente la situazione. Ed in questo scenario, anche una mossa volta a migliorare non soltanto l’accoglienza ma anche la convivenza tra cittadini e rifugiati rischia di generare – come è accaduto – in un duro scontro ideologico tra Stato e popolazione.

Nei prossimi giorni prenderanno il via i lavori di costruzione sui terreni indicati, nonostante le proteste non siano intenzionate ad esaurirsi. Il presentimento che traspare è infatti che nel piano della Grecia e dell’Unione europea non rientri minimamente l’interesse verso il popolo dell’Egeo, primo tra tutti a dover fare i conti con il fenomeno migratorio. Ed è proprio questa la base dell’esasperazione che ha dato il via alla nuova ondata di proteste; in una situazione in cui probabilmente l’Europa e la stessa Grecia dovrebbero valutare – anche – delle soluzioni alternative.