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Il Darién Gap, una distesa di giungla selvaggia e inospitale che si estende per cento chilometri tra la Colombia e Panama, incarna oggi una delle rotte migratorie più letali del nostro tempo. Niente strade né ponti interrompono questa barriera naturale, solo una successione infinita di foreste, corsi d’acqua impetuosi, terreni paludosi e predatori sia animali che umani. Chi si avventura in questo territorio, infatti, oltre a sfidare gli elementi naturali, affronta anche la brutalità di gruppi armati che ne controllano i sentieri nascosti.

Ogni anno decine di migliaia di persone, in fuga da paesi come Venezuela, Haiti, Cuba e persino da regioni più lontane, si inoltrano in questo labirinto verde con indosso poco più della propria disperazione con lo scopo di raggiungere gli Stati Uniti. Molti portano con sé figli piccoli, privi di qualsiasi forma di tutela. Nel 2023 i transiti hanno superato la soglia dei cinquecentomila, un dato incredibile che riflette un flusso in continua crescita. La traversata dura generalmente una decina di giorni, un calvario scandito da piogge violente, carenza di cibo, rapine e minacce costanti.

Le cronache riportano centinaia di decessi, molti dei quali riguardano minori, ma la verità è che nessuno conosce il numero esatto delle vittime. La foresta inghiotte i corpi e solo chi riesce a uscirne vivo può testimoniare l’orrore vissuto. Il Darién è l’emblema di un esodo in cui la sopravvivenza dipende dalla fortuna e dalla resistenza fisica, mentre le istituzioni continuano a voltare lo sguardo altrove.

Attraversare il Darién Gap a piedi, insieme a centinaia di migranti, non è un gesto dimostrativo. È una scelta che impone silenzio, ascolto, rispetto. Solo l’esperienza diretta di chi ha compiuto quel cammino riesce a trasformare le fredde statistiche in storie concrete, restituendo volti e nomi a chi altrimenti sarebbe soltanto un dato.

Tra queste voci c’è quella di Rasmus Krath, regista e avventuriero danese. Da venticinque anni esplora il mondo, raccogliendo storie da culture lontane per tradurle in narrazioni che rivelano ciò che gli esseri umani possono insegnarsi a vicenda. Nel 2009 ha realizzato un documentario sui pirati somali, intervistandoli direttamente in Somalia. Dal 2021 ha concentrato il suo lavoro sui flussi migratori, un impegno che lo ha progressivamente avvicinato alla realizzazione di un film documentario sull’attraversamento del Darién.

Krath considera essenziale umanizzare il fenomeno migratorio. Le centinaia di persone morte nel Mediterraneo e le ventimila fermate al confine tra Messico e Stati Uniti, sono numeri che cancellano le storie individuali, le speranze e i dolori di chi fugge. Per questo è tornato al Darién, un luogo che aveva visitato per la prima volta nel 2023, per poi tornarvi nel 2024 per attraversarlo passo dopo passo dopo un anno di preparativi. Ora sta trasformando quell’esperienza in un racconto che nessuna cifra potrà mai sostituire.

Approfondiamo le tue motivazioni. Cosa ti ha spinto ad attraversare il Darién Gap con i migranti, rischiando la vita?

“L’importanza di dare un volto umano alle migrazioni, di cui spesso parliamo solo in termini numerici. Nel 2023 sono stato brevemente nel Darién e ho colto l’enorme crisi umanitaria che sta attraversando la migrazione, e mi sono commosso parlando con molti migranti, soprattutto con i tanti venezuelani che si sono sentiti costretti a lasciare il loro Paese. Più di 8 milioni negli ultimi dieci anni. Volevo raccontare la loro storia e seguirli nella giungla. Così ho iniziato a pianificare la spedizione e a capire come girare un documentario completo. Alla fine ho seguito una famiglia venezuelana composta da madre, padre e i loro tre bambini di cinque, sei e sette anni. Mi hanno consentito di conoscere i loro pensieri, le loro speranze e i loro sogni, e insieme abbiamo attraversato la giungla. Ho camminato al loro fianco attraverso il fango battuto dalle piogge torrenziali, lungo i percorsi tracciati dagli sfruttatori di esseri umani. Insieme abbiamo affrontato le prove più crudeli come la vista dei corpi senza vita abbandonati ai margini del sentiero e lo sguardo vuoto dei bambini di fronte a indicibili atrocità. Il film si concentrerà principalmente sulla loro straordinaria vicenda. Dopo l’uscita dalla giungla, abbiamo mantenuto i contatti e li ho incontrati tre volte lungo il loro difficile viaggio attraverso l’America Centrale. Siamo diventati amici stretti e ora sono il padrino dei tre bambini”.

Per oltre un anno si è preparato fisicamente e mentalmente, fino a raggiungere la migliore forma della sua vita. Durante il viaggio ha filmato tutto, consapevole che ogni istante andava testimoniato. La paura, racconta, è stata tenuta a bada restando concentrato al cento per cento sul lavoro. E poi, ha lottato per la sua vita come tutti gli altri, senza scivolare giù da una montagna o lasciarsi trasportare da un fiume come capita a molti, soprattutto ai bambini. Nella giungla, racconta, tutti aiutavano tutti, la fiducia si costruiva in fretta. “Eravamo lì tutti insieme, e molti volevano raccontare la propria storia. Bastava essere presenti, ascoltare, condividere“.

La famiglia venezuelana che Rasmus Krath ha seguito

L’auspicio ora è di realizzare un documentario per il circuito internazionale dei festival e la distribuzione televisiva internazionale. Tutte le riprese sono state completate e il montaggio risulta già avviato. Attualmente Krath collabora con una casa di produzione per garantire le risorse economiche richieste dalla fase di post-produzione. Parallelamente, dopo il periodo estivo sono previste partecipazioni a importanti forum europei per ottenere ulteriori finanziamenti. L’opera ha già ottenuto visibilità attraverso presentazioni istituzionali, tra cui una alla CNN.

Dopo aver vissuto in prima persona l’attraversamento del Darién, come è cambiata la tua visione della migrazione umana?

“Ho capito molto di più sulla disperazione che può spingere le persone a decidere di migrare, sulla resistenza e sull’enorme coraggio che ci vuole per rischiare la propria vita durante il viaggio alla ricerca di un futuro migliore. Ho visto i migranti per quello che sono: esseri umani proprio come te e me. Il bisogno e la disperazione spingono una persona a fare qualsiasi cosa, e i migranti agiscono nella speranza di sopravvivere e di avere una vita migliore, una qualità che di solito celebriamo qui nel mondo occidentale. Migrare richiede un’enorme dose di puro coraggio, questo mi ha colpito immensamente. Immagina di mettere le tue poche cose importanti in un piccolo zaino, o in un sacchetto di plastica, di lasciare casa, la tua amata famiglia e il tuo paese e di partire per un viaggio sconosciuto, spesso pericoloso, e per molti mortale. Come ti sentiresti?”

Dopo questa esperienza, come ti sei riadattato alla vita “normale”?

“Beh, in realtà non mi sono mai riadattato alla vita di prima. La mia esistenza è mutata per sempre e il legame con la migrazione, e con i molti migranti con cui mantengo i contatti, mi accompagnerà fino alla fine. Porto con me il desiderio di narrare la loro storia, per umanizzare il racconto migratorio. Questa esperienza mi è penetrata a fondo e vi resterà, anche mentre mi dedicherò ad altri progetti in futuro”.

Qual è la tua opinione sulle politiche migratorie degli Stati Uniti e dei paesi centroamericani, avendo vissuto questa realtà così da vicino?

“Il mio progetto non è politico, non riguarda la costruzione di muri o la chiusura e apertura delle frontiere. Ho le mie idee sulle politiche migratorie dei vari paesi, ma ciò che considero essenziale è che, a prescindere dalle nostre convinzioni, vediamo i migranti come esseri umani. Questa prospettiva è fondamentale per comprendere e agire in relazione alle migrazioni. Dobbiamo anche riconoscere che i flussi migratori persisteranno finché le persone nel mondo continueranno a vivere in condizioni miserabili”.

Krath ha una visione antropologica che colloca la migrazione al centro della natura umana. Nessuno, afferma, si troverebbe nella posizione odierna se il primo Homo Sapiens non avesse migrato dall’Africa orientale circa sessantamila anni fa. Inoltre, “è un dato di fatto che le civiltà hanno sempre imparato mescolandosi e che gli esseri umani si siano trasmessi conoscenze gli uni dagli altri fin dalla nostra nascita”. L’incontro tra culture, esperienze e conoscenze ha costantemente promosso il progresso umano. Le nazioni che si sono isolate sono andate incontro a un declino. Per Krath, “Comprendere la migrazione significa capire noi stessi e le nostre radici”.

Credi che i media e i politici occidentali rappresentino onestamente la realtà di queste migrazioni?

“Pochi tra media o politici, in verità, mostrano un tale impegno. I mezzi di informazione spesso si limitano a cifre, trascurando storie personali o interviste con gli stessi migranti. La classe politica definisce la migrazione come una situazione, una sfida, un problema. L’impiego di tali termini compromette la piena comprensione delle ragioni sottostanti e la percezione generale del fenomeno. Chi sono i migranti? La realtà è che pochi possono rispondere a questa domanda, o anche solo tentare di farlo”.

Guardando le storie e i volti che hai incontrato, cosa pensi che le migrazioni dicano veramente sulla natura umana e sulla nostra società?

“La migrazione, una condizione umana intrinseca, è sempre esistita e continuerà a esserlo. Ognuno di noi porta la migrazione nel proprio patrimonio genetico, nella lunga ascendenza familiare. Intere nazioni, come gli Stati Uniti, si sono formate grazie a spostamenti di popolazioni. Non sostengo che metà della popolazione africana debba o possa trovare spazio in Europa. Non celebro la migrazione promuovendo l’apertura indiscriminata delle frontiere. Il mio obiettivo è umanizzare il fenomeno e favorirne la comprensione. Per questo, il fine principale del mio progetto e del film è dare un volto ai migranti. Credo che ciò possa spingere a riflettere e a prendere decisioni più informate sulla migrazione, suscitando l’umanità reciproca”.

Il Darién Gap è uno specchio opaco che riflette le contraddizioni del nostro tempo. Nello stesso momento in cui i governi discutono di muri e quote, questa giungla continua a fagocitare vite. L’esperienza di Rasmus Krath ci fa capire che dietro gli spostamenti umani ci sono storie che non possono essere catalogate nelle statistiche. Storie come quella di una madre venezuelana che stringe la mano a un bambino mentre guada un fiume, o di un padre che trasforma il proprio corpo in scudo contro i predatori della foresta. Storie che il suo documentario cercherà di restituire alla nostra coscienza collettiva. Il Darién richiama una questione essenziale sulla nostra capacità di riconoscere l’umanità in ciò che viene ancora percepito come eccezione. Gli spostamenti di popolazioni rappresentano una realtà storica ininterrotta, che sfida le nostre nozioni tradizionali di frontiera, rispetto della persona e solidarietà.

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