Il triangolo nord del Centro America è scosso da una emergenza senza precedenti. Tra il 18 e il 27 gennaio, il Messico ha intercettato 2mila migranti provenienti da Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Questi Paesi, incluso il Messico, occupano dal settimo al decimo posto, fra i primi dieci al mondo da dove si originano movimenti di rifugiati e richiedenti asilo. E un esodo di massa da El Salvador, Guatemala e Honduras è stato classificato da rilevanti rapporti, come il Prevention Action Update, una delle principali minacce internazionali del 2020.

Le cifre ufficiali, secondo l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’organizzazione per le migrazioni, riflettono un incremento dell’80% dal 2017 e del 400% dal 2014. Paesi da cui si parte per gli Stati Uniti, sono altresì luoghi di transito e destinazione. Nel 2019, le domande di accoglienza di centroamericani nella stessa regione sono cresciute intorno al 90% comparate all’anno scorso e circa del 150% dal 2014.

Si stanno poi dando spostamenti di sfollati, a causa della violenza esercitata da bande giovanili, e gruppi legati al narcotraffico, la prostituzione forzata e il commercio di esseri umani, che hanno coinvolto rispettivamente 247mila e 70 mila persone, in Honduras e El Salvador. Dall’inizio dello stallo socio-politico in Nicaragua, trasformatosi in un conflitto interno, a settembre del 2019, quasi 100mila sono scappati. Oltre 70mila sono in Costa Rica.

Da ottobre del 2018, in aggiunta, migliaia hanno abbandonato le loro case e ingrossato carovane dirette al nord, composte da bambini, donne gravide, e anziani, che soffrono traumi fisici e psicologici, durante un percorso spesso interrotto o fermato non lontano dalla meta. Nel 2019, il governo messicano ha informato che 80mila honduregni hanno chiesto asilo. L’ultima carovana si è avviata dalla stazione degli autobus di San Pedro Sula il 15 gennaio. A conti fatti, in più di 800 mila sono a rischio e in necessità di attenzione umanitaria.

A questa situazione eterogenea, si sommano i rimpatri dagli Stati Uniti e l’effetto degli accordi di terzo paese sicuro che comportano deportazioni. Nonostante a oggi l’unico firmatario è El Salvador – grazie a uno scambio che prevede forme di regolarizzazione dei 200mila nazionali che hanno vissuto negli Usa per vent’anni -, forme di cooperazione alternative, a cui si è optato in Guatemala, Honduras e Messico, per ragioni politiche, elettorali, e diplomatiche, includono modalità in realtà molto simili.

Tutti hanno subito forti pressioni, e lo spettro di dazi mercantili, o tassazione delle rimesse degli stessi immigrati, che mantengono intere comunità e costituiscono larga parte del Pil. Tutti saranno ricettori di piani di finanziamento sia per estendere l’accoglienza sia per promuovere lo sviluppo, sebbene ciò potrebbe non essere possibile o non esserlo a breve. In mezzo milione cercano di travalicare il confine fra il Messico e gli Stati Uniti ogni anno. Washington vuole che il Messico li trattenga o li rimandi indietro. Il sistema messicano, però, è al collasso per i tagli del presidente López Obrador alle agenzie preposte e solo a gennaio sono state ricevute altre 6 mila richieste d’asilo.

Il primo accordo di questo tipo è del 2004 con il Canada. Certo è che aspirare agli Stati Uniti e vedersi dirottare ne El Salvador, dove a detta dell’Onu sono state presentate diciotto istanze di protezione nel 2019 e, con le percentuali di omicidio maggiori del pianeta, secondo Human Rights Watch, 138 sono stati uccisi dalle pandillas e 70 hanno subito feroci aggressioni poco tempo dopo l’estradizione, ha un peso ben diverso sulle opportunità che riserva il futuro. Vanno comunque smentite alcune percezioni. Benché la tendenza migratoria sia raddoppiata nell’ultimo biennio, l’amministrazione di Donald Trump ha deportato 267 mila clandestini, in salita del 4% in paragone al periodo fiscale anteriore, ma molto al di sotto della media dei 400mila annui rispediti al mittente dal presidente Barack Obama. Le annunciate retate di quest’estate hanno avuto come esito il rimpatrio di 5.700 nuclei familiari e 6.300 minori non accompagnati, un risultato inferiore alle aspettative, in quanto numerose giurisdizioni a prevalenza democratica si sono rifiutate di consegnare gli illegali identificati alle autorità.

Se le statistiche forniscono il quadro delle dimensioni di questa tragedia, popolata da individui che fuggono, dalla regione e dentro la stessa, per sottrarsi a estorsione, sequestro, e povertà, le storie ne raccontano la disperazione. Una diciannovenne honduregna, senza documenti, a gennaio ha dato alla luce a una bambina in Guatemala, ma la neonata è stata sottratta alla madre a poche ore dal parto e affidata alla polizia. Gli alti livelli di infiltrazione della criminalità organizzata nel quotidiano della gente, di impunità, e di insicurezza, uniti alla fragilità dei sistemi economici e le precarie condizioni di vita, continuano a provocare flussi in fuoriuscita. Nel triangolo nord del Centro America è in atto una profonda crisi di governabilità. Anche se fermate lungo la loro marcia, o estradate, spinte dalla disperazione, le persone si mettono in viaggio di nuovo e ancora.

Nel novembre passato, sette Paesi, escluso il Nicaragua, hanno sottoscritto a Città del Messico una dichiarazione, alla cui base soggiacciono i principi della responsabilità condivisa e la solidarietà, per governare la congiuntura, nello spirito del patto globale sui rifugiati, adottato dall’assemblea generale dell’Onu nel 2018. Coscienti della multicausalità del fenomeno, delle sue ripercussioni sugli esili equilibri locali, della complessità delle soluzioni, e della capacità di reazione degli stati, hanno espresso la volontà di impulsare una risposta coordinata di prevenzione, assistenza immediata, e politiche con l’obiettivo dell’integrazione, ma pure del ritorno alle comunità di appartenenza.

Dal canto loro, una sessantina di organizzazioni della società civile hanno manifestato insoddisfazione per la vaghezza dei contenuti, in confronto all’ambizione degli intenti. Hanno puntato il dito contro quella che hanno definito la militarizzazione delle frontiere e la retorica xenofoba di certa comunicazione pubblica, lanciando un appello affinché le migrazioni vengano abbordate dall’angolo dei diritti umani, invece che da quello della sicurezza. Soprattutto, hanno sollecitato la creazione di un sistema di accountability che permetta di valutare l’impatto delle misure previste.

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