Nonostante nella Comunità Internazionale negli ultimi anni si è fatta spazio la necessità di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo, ci sono ancora dei vuoti normativi che hanno un’incidenza di non poco conto. Fra questi quelli relativi alla tutela della libertà religiosa. In diversi Paesi del mondo, vengono ancora attuate le persecuzioni nei confronti di chi professa una fede diversa rispetto alla maggioranza religiosa.

Le persecuzioni verso i cristiani

Esercitare liberamente la propria fede religiosa non è così scontato in diverse nazioni. In determinati territori rimanere fedeli al proprio credo diviene una missione anche a costo della sicurezza personale e della vita stessa. Una vita non vissuta appieno proprio perché non si è liberi di seguire tradizioni, usi e costumi annessi alla fede. La situazione si aggrava quando, chi professa un determinato tipo di credo, appartiene anche alla minoranza etnica. Caso emblematico è quello dei cristiani in Iraq. Qui ad esempio, per anni, i professanti la fede cristiana sono stati sottoposti a persecuzioni di massa e a veri e propri massacri. Con la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e l’avvento dell’Isis nel 2014, l’islamismo è divenuto sempre più radicato manifestando intolleranza verso le comunità cristiane. La situazione è migliorata dopo la cacciata dei miliziani, ma questo non ha coinciso con la fine dei problemi per i cristiani.

Altro caso emblematico è il Pakistan. Anche qui vi sono delle comunità cristiane che non hanno vita facile. Le persecuzioni sono differenti a seconda che si tratti di uomini o di donne. Queste ultime vengono colpite maggiormente perché rappresentanti il cuore pulsante del cristianesimo. Come racconta il report di “Porte Aperte” Onlus in questi territori colpire le donne vuol dire “danneggiare le comunità cristiane minoritarie e limitare la crescita della chiesa”. Appunto per questo motivo le donne vengono sottoposte a violenze psicologiche, fisiche e sessuali. Abusi sono registrati anche all’interno del proprio nucleo familiare quando si rinnega la fede imposta dai genitori e si convertono al cristianesimo. Per gli uomini le persecuzioni si manifestano in ambito lavorativo: in Pakistan un cristiano difficilmente riesce a ricoprire un incarico di prestigio come quello del medico o dell’ avvocato. Vi sono poi anche i casi di arruolamenti forzati degli uomini negli eserciti e comunque non mancano le violenze fisiche. Le persecuzioni verso i cristiani sono molto incisive anche in Medio Oriente, in nord Africa e nell’Africa Sub-Sahariana, giusto per citare alcuni territori.

La base dell’articolo 18 della dichiarazione dei diritti umani

Eppure, nonostante i tanti casi di discriminazione e persecuzione, nel diritto internazionale c’è poco spazio per la tutela della libertà religiosa. A denunciarlo è stato, nell’ultimo report di Porte Aperte, l’analista Helene Fisher: “È ora che il fattore fede venga riconosciuto – si legge – mentre l’etnia e il genere sono riconosciute come vulnerabilità nelle zone di conflitto, la fede individuale generalmente non lo è”. Una denuncia già rimarcata nel 2013 anche da un rapporto del parlamento britannico, dal titolo “Article 18: an orphaned right?”, con riferimento all’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Quest’ultimo recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. Un principio però che, secondo il rapporto del parlamento di Londra redatto nel 2013, è rimasto orfano e disatteso. Tanto che i deputati britannici hanno indicato al governo almeno dieci iniziative da attuare nel medio e lungo periodo, tra cui chiedere all’Onu l’istituzione di un relatore speciale permanente incaricato di vigilare sulla libertà religiosa.

Se da un lato il documento di Westminster ha confermato il deficit del diritto internazionale sulla tutela dei diritti in ambito religioso, dall’altro ha indirizzato verso quella che potrebbe essere la base da cui partire per colmare la lacuna. Ossia, per l’appunto, l’attuazione dell’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Un punto su cui diverse organizzazioni internazionali stanno cercando di premere: “Quando facciamo advocacy per i cristiani perseguitati – hanno fatto sapere su InsideOver esponenti del dipartimento advocacy internazionale di Porte Aperte – le nostre richieste sono fondate su questo diritto fondamentale sancito dall’articolo 18, che, se rispettato in pieno dagli Stati, assicurerebbe piena libertà e dignità ai credenti che noi rappresentiamo”.

La sovrapposizione tra persecuzione etnica e persecuzione religiosa

Come mai nella giurisprudenza internazionale in questi anni non si è sviluppata un’organica rete di norme a tutela della libertà religiosa? Una domanda che può avere molteplici risposte e diverse implicazioni: “Il diritto internazionale è abbastanza particolare – ha dichiarato su InsideOver l’analista e ricercatore Francesco Trupia – anche da un punto di vista giuridico e normativo non è sviluppato come ad esempio il diritto costituzionale dei vari Stati. Funziona come copertura esterna. Occorrerebbe quindi andare a capire e studiare caso per caso le varie situazioni e le varie normative nazionali”.

Ma c’è anche un altro problema non indifferente. Spesso la persecuzione su base religiosa ha per protagonisti soggetti che si convertono ad altre fedi. E dunque in questi casi la mancanza di libertà sta proprio nel non poter scegliere il proprio credo. In alcuni casi però la discriminazione religiosa viene sovrapposta a quella etnica: “É difficile a volte dividere le due situazioni – ha proseguito Francesco Trupia – molto spesso si è presi di mira perché si fa parte di un’altra etnia, ma è anche vero che molto spesso l’etnia corrisponde alla religione”. Del resto, un elemento costitutivo di un’identità etnica è proprio la fede: “Si pensi ad esempio ai bosniacchi nell’ex Yugoslavia – ha concluso Trupia – oppure alla situazione relativa agli uiguri in Cina”.

L’esempio dato dalla vicenda degli Uiguri

Nella parte nord occidentale della Cina vi è un vasto territorio composto da deserti e montagne: lo Xinjiang. Qui vivono più di 21milioni di abitanti suddivisi in numerose minoranze etniche. Fra queste spiccano gli Uiguri, di origine turcofona, che rappresentano il 45% della popolazione e professano la fede musulmana. Le restante parte della popolazione è formata dai cinesi di etnia Han e kazaki. Da questa provincia arriva l’esempio di come le difficoltà di convivenza sono figlie di tensioni etniche a cui si sovrappongono le vicende religiose. Qui infatti le etnie turcofone e musulmane da anni denunciano persecuzioni. Tutto ha avuto inizio nel 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, Pechino ha attuato una profonda lotta contro il terrorismo e contro il dilagare delle ideologie islamiste. Tuttavia, c’è chi ritiene che tutto questo sia stato usato per reprimere la minoranza musulmana. Se il governo cinese ha bollato queste ricostruzioni come strumentali, altri attori internazionali hanno parlato di vera persecuzione contro chi professa le fede islamica.

Nel 2009, dopo la morte di due cittadini uccisi dai membri dell’etnia Han, sono scoppiati dei veri e propri conflitti che hanno portato all’arresto di numerosi Uiguri. Molti di loro sono stati condannati a morte. Nel 2019 gli ambasciatori alle Nazioni Unite di 22 nazioni, tra cui Francia e Gran Bretagna, hanno ufficialmente parlato di “detenzioni di massa” con riferimento a quanto avviene nei cosiddetti campi “di trasformazione attraverso l’educazione”, dove vengono rinchiusi gli Uiguri. Secondo i più critici, l’obiettivo del governo cinese sarebbe quello di cancellare l’identità uigura. La nascita dei campi la si fa coincidere ufficialmente nel 2017 con l’adozione dei  “Regolamenti sulla de-estremizzazione”. Basta un non nulla per finirvi dentro. Viaggiare all’estero per motivi di lavoro o istruzione, rifiutare dell’alcol, possedere dei libri a base islamica o uigura, usare un velo o avere una barba “sospetta”, rappresentano elementi  determinanti per la prigionia.

Quanto sta avvenendo in Cina, a prescindere dalle diverse visioni poste in essere tra Pechino e altri attori internazionali, mostra quanto difficile sia scindere le questioni religiose da quelle etniche in contesti di conflitto, persecuzione e discriminazione. Una circostanza in grado di rendere sempre più complicato, per il diritto internazionale, porre in essere norme a tutela della libertà di fede.