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Crisi chiama crisi, è il caso di dire. Il 2021 è stato caratterizzato dalla crisi dei semiconduttori, causata in parte dalla difficile fase post lockdown a livello internazionale. Sul finire dell’anno passato poi si è assistito alla crescita dei prezzi del gas e delle fonti energetiche, con una prima corsa al rialzo dell’inflazione. La guerra in Ucraina ha poi inferto un grave ulteriore colpo all’economia, specialmente sul fronte del grano e delle derrate alimentari. L’eredità di un biennio così difficile, è data da una nuova grave potenziale crisi: quella cioè del debito. Molti governi hanno infatti dovuto aumentare le spese per l’acquisto di gas, energia e cibo. Contestualmente sono quindi aumentati i debiti, sempre più boicottati dagli investitori per via dell’elevato fattore di rischio dovuto alla fragilità di molti degli Stati in crisi. Più debito ma meno investitori pronti a finanziarlo e quindi anche meno liquidità a disposizione: una miscela esplosiva con cui il mondo dovrà fare i conti.

I Paesi più esposti alla crisi del debito

Diversi analisti, calcoli alla mano, hanno stimato in più di 400 miliardi di dollari la somma complessiva dei debiti sovrani che rischiano di non essere pagati. Debiti che coinvolgono almeno un miliardo di persone in tutti e cinque i continenti. A riportarlo nei giorni scorsi è stata la Reuters. In particolare, tra Paesi già in default e altri a forte rischio default la lista di governi sul filo del rasoio comprende 16 nazioni. A partire da chi ha alzato nelle scorse settimane bandiera bianca. Libano, Suriname, Zambia e Sri Lanka non riescono già oggi più a pagare i propri debiti. Beirut sta pagando una crisi iniziata già prima del Covid e acuita dall’esplosione del porto della capitale del 4 agosto 2020. Lo Sri Lanka ha dilapidato le proprie riserve in valuta estera nel giro di pochi anni, il 12 aprile ha dichiarato di non poter onorare i propri debiti e la situazione economica e sociale si è fatta talmente grave da indurre il popolo nei giorni scorsi ad assaltare il palazzo presidenziale, mandando in fuga il capo dello Stato. Storie diverse da Stato a Stato, ma accomunate da un unico destino: il fallimento dei propri conti.

Un destino che rischia di essere in comune anche con altri Paesi. A partire dall’Ucraina e dalla Bielorussia. Il primo per le note vicende di guerra: Kiev sta spendendo miliardi di Dollari per l’acquisto di armi e per continuare la guerra di difesa dall’attacco russo. Con un’economia a rotoli e bloccata dal conflitto, lo spettro del default per gli ucraini è quanto mai attuale. La Bielorussia invece, così come sottolineato sulla Reuters, sta vedendo crescere il proprio debito da alcuni anni in modo importante. Nella lista è inclusa anche la stessa Russia, anche se il rischio default non è figlio in questo caso dell’impossibilità di Mosca di rispettare i parametri e i pagamenti, quanto dell’impossibilità di pagare a causa delle sanzioni internazionali.

Andando fuori dall’Europa la situazione più critica è in Africa. Tunisia, Egitto, Nigeria, Etiopia e Kenya sono sull’orlo del fallimento. Lo spread, cioè il differenziale di rendimento tra i propri titoli pubblici e quelli dei Paesi più solventi, è alle stelle. A preoccupare è anche l’andamento dei prezzi degli stessi titoli pubblici, così come del credit default swap (Cds), ossia i derivati di copertura, vera e propria “assicurazione” contro l’insolvenza. Sono questi ultimi i tre parametri presi in esame dagli analisti per includere o meno un determinato Paese nella lista degli Stati a rischio. Parametri che sembrano fornire indicazioni preoccupanti anche per due grandi Paesi come l’Argentina e il Pakistan, e Paesi in via di sviluppo come Ecuador ed El Salvador.

Tunisia ed Egitto: le bombe alle porte dell’Italia

Lo Sri Lanka è l’ultimo esempio più lampante in ordine di tempo: il fallimento di uno Stato porta con sé impoverimento, rivolte e tensioni in grado di far collassare un’intera società. Sull’isola dell’Oceano Indiano la protesta popolare ha provocato una grave crisi istituzionale, ma a preoccupare maggiormente è la situazione economica e sociale. Se dovessero fallire altri Stati, si vedrebbero le stesse scene viste a Colombo. Circostanza non certamente auspicata dal nostro Paese. Tra i 16 governi nella lista degli insolventi o dei potenziali insolventi, a figurare infatti sono anche nazioni vicine ai nostri confini.

A partire dalla Tunisia. Considerato come l’unico esempio riuscito della primavera araba, in realtà il Paese nordafricano dal 2011 in poi non è mai stato in grado di risolvere i propri problemi economici. A livello politico lo stallo ha ingabbiato per diverso tempo il parlamento, l’anno scorso il presidente Kais Saied ha sciolto l’organo legislativo e pochi giorni fa ha incassato il via libera degli elettori per una riforma costituzionale in senso presidenziale. La Tunisia è arrivata già profondamente debilitata alla vigilia del Covid. Dopo la fase acuta della pandemia, Tunisi ha assistito a un ulteriore peggioramento dell’economia. Oggi lo spread è dato a 2.800 punti base. In Italia, per rendere l’idea, l’indice è considerato “critico” quando oltrepassa i 300 punti base. Se in Tunisia dovesse verificarsi analogo scenario visto nello Sri Lanka, il nostro Paese, già alle prese con un’intensa ondata migratoria, rischierebbe di assistere a un vero e proprio assedio lungo le proprie coste. Un po’ come accaduto nel 2011, all’indomani dei primi moti della primavera araba.

In Egitto la situazione è più sotto controllo, sia a livello politico che economico. Ma Il Cairo sta rischiando ugualmente. Con oltre il 90% del suo territorio composto dal deserto, gli egiziani dipendono fortemente dalle importazioni di grano dall’Ucraina per avere pane e farina. Per calmierare i prezzi e acquistare quante più derrate alimentari possibili, il governo ha dovuto aumentare la spesa pubblica. Oggi, secondo i dati della Reuters, il rapporto debito/Pil si aggira intorno al 95%. Troppo se si vuole rendere sostenibile il debito egiziano nel lungo periodo. Anche in questo caso, se la società egiziana dovesse subire scossoni dalla crisi del debito, i flussi migratori verso l’Italia verrebbero ulteriormente alimentati. Del resto dall’Egitto arrivano già oggi migliaia di migranti. Nei primi sette mesi del 2022, secondo i dati del Viminale, sono stati 6.636 gli egiziani sbarcati. Una cifra seconda solamente a quella relativa agli sbarchi di cittadini tunisini e che, nel complesso, rappresenta il 17% del totale degli arrivi.

La situazione in Nigeria

Sotto la lente di ingrandimento anche la Nigeria. Il Paese non è vicino geograficamente all’Italia ma è ugualmente importante nel contesto dell’immigrazione verso le nostre coste. Da qui ogni anno partono migliaia di persone, le quali attraversano l’area del Sahel, e in particolar modo del Niger, per arrivare in Libia e poi sperare di trovare posto in un barcone. Il tutto dopo mesi di viaggio e di detenzione in centro spesso gestiti dagli stessi trafficanti di esseri umani.

Il flusso dalla Nigeria è costantemente monitorato anche per le implicazioni sociali che esso comporta, tanto in Italia quanto nel Paese africano. Un’eventuale caduta di uno dei giganti dai piedi d’argilla del continente, provocherebbe gravi conseguenze nell’intero Sahel e spingerebbe sempre più persone verso l’Italia.

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