Quella del Venezuela sarà la peggior crisi migratoria del 2020. Ma anche quella che finora ha ricevuto meno finanziamenti internazionali. “È ormai al punto di sorpassare la velocità e la scala anche di quella siriana”, scrivono Dany Bahar e Megan Dooley, due analisti del think tank Brookings Institution di Washington, dopo aver analizzato i dati sui richiedenti asilo forniti dall’Unhcr.

A quattro anni dall’inizio del collasso economico, sono ormai 4,6 milioni i venezuelani che hanno abbandonato il Paese, un 16% circa della popolazione totale. Ma se il trend non si dovesse modificare, nel 2020 il numero potrebbe aumentare fino a 6,5 milioni. Confrontando questi dati con quelli di coloro che avevano abbandonato la Siria nel 2015, ovvero a quattro anni dall’inizio del conflitto, ci si rende conto di come il ritmo delle due crisi sia molto simile.

Nel 2018, più di 6,7 milioni di siriani erano stati costretti ad abbandonare il Paese, mentre 6,1 milioni rimanevano intrappolati all’interno dei confini come sfollati. Nel caso del Venezuela, il peso dell’esodo e dell’integrazione è finora ricaduto per la maggior parte sui vicini regionali, in particolar modo Colombia, Ecuador e Perù e, in misura minore, anche sul Brasile. Scrivono a tal proposito gli autori del report:

Ma i Paesi ospitanti hanno ricevuto ben poco aiuto della comunità internazionale, soprattutto se comparato con altre crisi di massa precedenti

In risposta all’emergenza siriana, per esempio, la comunità internazionale aveva messo a disposizione dei rifugiati ben 7,4 miliardi di dollari nei primi quattro anni. Per il Venezuela, invece, sono stati finora stanziati 580 milioni. Questo significa che per ogni rifugiato del Paese di Simón Bolívar sono stati erogati 125 dollari.

L’ultimo appello

A novembre, l’Unhcr e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) hanno diffuso un appello regionale per raggiungere almeno 1,35 miliardi di fondi in modo da far fronte alle necessità del 2020.

“Ma se anche questa cifra dovesse essere raggiunta – il precedente appello venne coperto solo al 52%, ad esempio – il totale degli stanziamenti arriverà solo a due miliardi dopo cinque anni di crisi”, spiegano Bahar e Dooley. Il dramma dei Rohingya in Bangladesh raggiunse la stessa cifra in soli due anni, nonostante i rifugiati coinvolti fossero circa un quarto di quelli venezuelani. Perfino gli sfollati del Sudan del sud, una delle crisi storicamente meno finanziate, avevano ricevuto il doppio dei fondi in un periodo di quattro anni.

Gli stanziamenti non saranno necessari solo per far fronte ai bisogni umanitari immediati, ma anche per promuovere investimenti per lo sviluppo delle comunità che ospitano i rifugiati attraverso la costruzione di ospedali, strade, scuole e miglioramenti della rete elettrica. Nel caso dell’America Latina, che si scontra con una arretratezza cronica nelle proprie infrastrutture, tali investimenti possono alleviare gli effetti negativi di un flusso migratorio tanto imponente. E impedire che migranti disperati possano cadere nelle grinfie del narcotraffico, come sta già accadendo nella regione colombiana del Catatumbo.

Il governo colombiano e istituzioni come la Banca mondiale e la Banca di sviluppo inter-americano hanno già iniziato a finanziare alcuni progetti nelle comunità ospitanti. Ma il numero dei rifugiati richiede uno sforzo decisamente maggiore.

2020: la crisi potrebbe diventare estendersi

“La comunità internazionale ha finora ignorato la catastrofe perché la considera una crisi regionale”, scrivono Bahar e Dooley, “ma le recenti restrizioni all’ingresso dei Venezuelani imposte da Paesi come Ecuador, Perù e Cile potrebbe portare il flusso verso altre regioni”.

La Spagna, per esempio, è diventata, secondo quanto riporta El Confidenciál, la nuova casa di 300mila venezuelani. “La crisi Venezuelana ha ormai raggiunto una scala globale. E richiede una risposta globale”, concludono Bahar e Dooley.

I numeri dell’emergenza sono ormai quelli di una guerra. La Fao ha stimato che la malnutrizione nel paese è aumentata di sette volte , con il 21% della popolazione che soffre a causa della fame. Secondo i calcoli del Fondo monetario internazionale, l’economia, da quando Nicolas Maduro ha assunto la presidenza, si è contratta del 65%. L’unico paragone vicino è quello della Liberia, il cui Pil soffrì un crollo del 90% durante il sanguinoso conflitto civile.

Con una inflazione a fine anno del 200% (e una stima per il 2020 che raggiunge il 500%), ci sono ben poche speranze che l’economia della nazione possa riprendersi senza un accordo politico. Ma le recenti accuse di terrorismo mosse da Maduro, presidente del Venezuela, a Juan Guaidó, presidente dell’assemblea nazionale e autodichiarato presidente del Paese ad interim, non sembrano suggerire che una soluzione diplomatica sia in vista.

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