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La politica migratoria della Casa Bianca si arricchisce di una nuova importante mossa strategica: l’implementazione del principio del cosiddetto “safe third country”, ovvero l’instaurazione di una serie di accordi con Paesi interessati dai flussi migratori verso gli Usa al fine di ridistribuire i richiedenti asilo in questi ultimi prima del loro ingresso alla frontiera americana. Uno dei primi destinatari di questo piano è Panama, il cui nuovo governo si è recentemente insediato.

La rotta sudamericana

La rotta che dal Sudamerica conduce al confine tra Messico e Texas è da tempo nota all’opinione pubblica americana e mondiale. Tuttavia, negli ultimi tempi questo lungo e tortuoso percorso ha visto in parte cambiare i volti di coloro che lo compiono: i migranti colombiani, salvadoregni ed ecuadoregni sono ora affiancati da migliaia di asiatici e africani (in particolare provenienti dal Bangladesh, dal Camerun, dall’Angola e dai due Congo), che vedono in questa strada una nuova via alternativa all’approdo in Europa, spesso bloccato una volta giunti in Libia o messo in pericolo dal difficile attraversamento del Mediterraneo. Al contrario, chi sceglie l’America può approfittare della relativa permeabilità delle frontiere almeno sino al Messico, oltre che di un viaggio in aereo legittimo e relativamente abbordabile verso il Brasile o la Colombia (nonostante non manchi chi scelga comunque il lungo attraversamento via mare). I pericoli tuttavia non sono del tutto assenti. Ne è un chiaro esempio il cosiddetto Darién Gap, un territorio lungo un centinaio di chilometri a cavallo tra la Colombia e Panama, nel quale non vi sono strade o collegamenti sicuri, e la cui impenetrabile giungla nasconde spesso bande di ladri o gruppi paramilitari datisi alla macchia dopo il lungo conflitto civile colombiano degli anni Novanta e Duemila. Proprio in questo punto, i migranti subiscono normalmente una battuta d’arresto, o muoiono di fame durante l’interminabile marcia; per chi riesce a proseguire, Panama è la tappa seguente, ma da oggi potrebbe trasformarsi anche nell’involontario punto d’arrivo.

“The deal”

Nelle previsioni del governo statunitense la visita a Panama del Segretario ad interim per la sicurezza interna Kevin McAleenan, che si sta tenendo proprio in questi giorni, ha lo scopo di stabilire “legami duraturi tra i due Paesi e cooperazione su scala regionale” per dirimere l’annosa questione dell’immigrazione clandestina verso gli Usa, di cui Panama costituisce una delle principali tappe. In termini pratici, Washington punta a realizzare una sorta di network di Stati amici nei quali distribuire i richiedenti asilo venuti a bussare alla sua porta. Secondo McAleenan, si tratta di un modo per consentire ai migranti di trovarsi in nazioni “più vicine a quelle di origine”, evitando al tempo stesso di cadere nel complesso e spesso letale racket di esseri umani, che anche a queste latitudini trova da anni terreno fertile. Non a caso, un accordo di questo genere è stato già firmato con il Guatemala, ma si trova attualmente congelato a causa della reticenza del neopresidente eletto Alejandro Giammattei (lui stesso piuttosto duro verso l’immigrazione), che nel frattempo ne ha sostanzialmente congelato l’implementazione. Nonostante ciò, McAleenan ha già confermato che contatti simili sono stati presi anche con Brasile e El Salvador. Si tratta dei cosiddetti “safe third countries”, ovvero i “terzi Paesi sicuri”, i quali di fatto si trasformano in un utile punto d’appoggio per il respingimento di chiunque tenti di attraversare il confine americano, non solo chi proviene dal Sudamerica. Potenzialmente, anche un migrante congolese potrebbe infatti trovarsi ad essere fermato e spedito a Panama o in Guatemala.

Obiettivi nascosti

Una fonte anonima intervistata dal Washington Post e appartenente all’entourage di McAleenan ha affermato che la visita sarà incentrata anche su altri temi, come la sicurezza informatica e alla frontiera, mentre le discussioni sulla ridistribuzione dei migranti avranno principalmente luogo in maniera informale. Tuttavia, il segretario avrà modo di visitare anche alcune aree immediatamente limitrofe al Darién Gap, il quale, come abbiamo visto, costituisce il punto focale della rotta via terra che dal Sudamerica porta agli States, e sembra che incontrerà anche altri ministri o esperti di sicurezza interna delle nazioni limitrofe. Ma Panama, la cui economia è relativamente stabile anche grazie a un tasso di criminalità e corruzione più basso rispetto ai Paesi vicini (oltre a infrastrutture di accoglienza relativamente efficienti per gli standard regionali), non fa mistero del suo interesse nei confronti di una stretta collaborazione con la superpotenza a stelle e strisce anche per il tornaconto del suo nuovo presidente, Laurentino Cortizo. Quest’ultimo, eletto a maggio con il 33% dei voti, è ritenuto vicino al centrosinistra, sebbene le recenti aperture nei confronti di Trump siano state parecchie: secondo molti osservatori, il nuovo leader del Paese centroamericano punterebbe infatti a ricucire i legami con Washington rovinatisi nel 2017, quando Panama ruppe i rapporti con Taiwan per stringere relazioni commerciali con la Cina. Offrire agli States un modo relativamente semplice di risolvere l’enorme problema delle richieste di asilo -quintuplicate dal 2014 ad oggi- consentirebbe a Cortizo di ingraziarsi non poco The Donald.

In poche parole, un eventuale accordo Usa – Panama sui migranti è visto dalle due parti come una win-win situation: per Trump, si tratterebbe di un altro step della linea dura sui richiedenti asilo, mentre Cortizo potrebbe godere anche di altri benefici -magari sottoforma di aiuti economici- per il suo Paese, a patto di non uscirne come una sorta di parìa degli americani o peggio, come di una semplice pedina per Washington. Ma sarà realmente possibile?