Il “modello Svezia” continua a essere la soluzione ventilata dai tanti che, specie da sinistra, contrastano le ricette sovraniste per l’Europa.

Pure John Ronald Reuel Tolkien citava spesso l’adagio per cui “non tutto quel che luccica è oro” e aggiungeva, in un celebre passaggio del Signore degli Anelli, che gli erranti non erano da considerarsi perduti. Ma dalle parti di Stoccolma, l’argenteria sembra più che ossidata. E più di qualche fiore all’occhiello si è definitivamente smarrito tra i meandri degli scandali.

Il “modello Svezia”, nel corso di questi anni, è stato sbandierato a mo’ di risposta utile a tutti le grandi domande dei nostri tempi: quella relativa alla gestione dei fenomeni migratori; quella sui metodi per contrastare la crisi del tasso di natalità; quella sulla costruzione delle corrette dinamiche sociali; quella per fare della trasparenza in materia di finanze pubbliche un baluardo politico-economico. Stando a quello che è stato raccontato in questa inchiesta de Il Messaggero, però, le cose non stanno proprio così. Partiamo dall’ultimo punto.

Sono 135 miliardi di euro quelli che interessano le accuse di riciclaggio che coinvolgono alcuni oligarchi russi. Sullo sfondo ci sono la Swedbank, ossia la banca centrale svedese, e il presunto tentativo da parte delle istituzioni governative di sotterrare il più possibile le informazioni riguardanti il caso. C’è inoltre una tendenza che viene sottolineata a più riprese dal quotidiano romano: la differenza che intercorre tra la narrativa e la realtà dei fatti. L’esterofilia di certi media che hanno elogiato la perfezione della parabola svedese, insomma, potrebbe aver giocato un brutto scherzo.

Abbiamo avuto modo di mettere in discussione la bontà  delle politiche d’integrazione: già nel 2017, un report segnalava l’esistenza di 50mila potenziali jihadisti nel Paese scandinavo. La Svezia, quando si è trattato di comprendere dove risiedessero le cellule terroristiche che hanno colpito il Vecchio Continente, non ha potuto vantare di non essere citata.

Esistono altri dati però, per lo più riferiti a reati contro la persona, che rivelano quanto possa essere stata approssimativa l’elegia sul “modello Svezia”: gli omicidi, nel corso del 2018, sono stati quasi 150; le violenze sessuali – riporta ancora il Messaggero – corrispondono a una media di 52,3ogni 100mila abitanti. Non siamo affatto al di sotto delle rilevazioni sugli altri Paesi europei.

Basterebbe sciorinare queste statistiche per smentire chi ha fatto della Svezia una sorta di El Dorado da ricercare per tutti gli altri Stati membri. Volendo essere precisi da un punto di vista politologico, varrebbe la pena citare come il  populismo abbia fatto la sua comparsa pure nella patria della esemplarità. I sovranisti fanno capolino quando c’è un disagio diffuso: è un’argomentazione conclamata.

Quel 17.7%  raccolto dai Democratici Svedesi all’inizio dello scorso autunno rappresenta una spia accesa sul cruscotto della non imitabilità del “modello Svezia”: l’anti migrazionismo, la discrepanza sociale tra il popolo e l’élite, l’abbandono delle periferie e gli altri temi cari alla vulgata sovranista stanno tenendo banco anche a Stoccolma.

Non stupitevi, insomma, se il 27 maggio la Svezia dovesse svegliarsi con qualche parlamentare sovranista tra i 21 membri che devono essere eletti. I sovranisti sono “nel corridoio” – direbbe Pier Lugi Bersani – ma è la falsa trama del sogno svedese ad aver consentito che bussassero.