Al flusso migratorio che ha investito l’Europa nell’ultimo decennio ha avuto seguito un incremento delle richieste di asilo nei Paesi Ue. Tuttavia, l’enorme mole di richieste che devono necessariamente essere eseguite con l’ausilio di avvocati non ha trovato un’adeguata risposta da parte degli addetti ai lavori, che molto spesso si sono fatti trovare impreparati, come nel caso degli avvocati francesi. Per questo motivo, le università d’oltralpe che tra i loro corsi annoverano quello di giurisprudenza si sono fatte avanti per istituire adeguati corsi per conoscere i diritti degli immigrati. Prima tra tutte, come evidenziato dalla testata francese Le Mondeè stata l’università di Le Mans, al cui corso si sono iscritti 16 studenti, volenterosi di accedere alla branca che prende il nome di “legge degli stranieri, rifugiati ed apolidi”. Obiettivo del corso arrivare pronti sul mercato del lavoro per incentrare il proprio business proprio sull’immigrazione, coprendo un segmento che fino ad adesso ha colto impreparati molti avvocato della Francia.

Il cortocircuito del sistema francese

Nonostante infatti la Francia non sia notoriamente un Paese di primo approdo, anche Parigi si è vista coinvolta nei recenti flussi migratori; anche in virtù del suo passato coloniale che ha reso il francese una lingua conosciuta, aiutando quindi gli immigrati ad ambientarsi con più semplicità. Tuttavia, oltre alle problematiche sociali legate all’immigrazione di massa, ciò ha causato un cortocircuito non soltanto nel diretto sistema dell’accoglienza, ma anche nel segmento relativo ai “servizi” all’immigrato, cui lacune hanno rallentato enormemente lo svolgersi delle operazioni. In virtù di ciò, l’esigenza di avere personale adeguatamente preparato ha spinto le università ad attivare specifici corsi di formazione, al fine di rispondere alle esigenze del Paese e venire incontro al mercato del lavoro.

In questo scenario, l’istituzione di figure apposite volte a concedere servizi legali agli immigrati evidenzia come l’immigrazione degli ultimi si sia trasformato in un vero proprio business. Coloro che per primi riusciranno ad inserirsi sul mercato coglieranno una possibilità di guadagno dai servizi legali senza precedenti, giocando anche sulla forte domanda cui tuttora non corrisponde un’adeguata offerta. Ovviamente, traendo i loro guadagni sia in modo diretto dai richiedenti asilo sia in modo indiretto dal sistema assistenziale francese – e di conseguenza sui cittadini; evidenziando ancora una volta come, sebbene in modo velato, il peso delle problematiche legate all’immigrazione ricada in un modo o nell’altro sulle spalle dei contribuenti.

Uno sguardo sull’Italia

Analogamente al sistema francese, anche in Italia la concessione del permesso di soggiorno per asilo politico e umanitario è subordinato ad una lunga e dispendiosa burocrazia. Il periodo medio per accettare una richiesta d’asilo è compreso tra i due ed i quattro anni (a seconda se la domanda fosse accolta in prima istanza o se si passi attraverso il ricorso), periodo nel quale l’immigrato è vincolato a rimanere nei centri di accoglienza. Questo si traduce in ultima battuta come un periodo lungo dai 24 ai 48 mesi nel quale le cooperative percepiscono il contributo pro capite per il mantenimento degli ospiti e gli avvocati che seguono la pratica la loro parcella. Il tutto, ovviamente, sperperando risorse pubbliche vitali per sorreggere il sistema stesso, che potrebbero essere limitate da procedure molto più snelle e meno dispendiose.

Volenti o nolenti, i mondi legati direttamente all’accoglienza o indirettamente tramite la vendita di servizi all’immigrato hanno generato un business attorno al quale operano migliaia di persone, cui interessi derivano dal prolungamento della permanenza nelle strutture e dalla lunghezza delle pratiche amministrative. Alla faccia del “senso di umanità” professato da una parte della politica italiana, che troppo spesso ha speso parole senza spendere però tempo a costruire un sistema maggiormente efficiente; sia nell’interesse non soltanto delle tasche degli italiani, sia nell’interesse di chi in Italia è venuto per lavorare e si ritrova obbligato a vivere all’interno di una struttura senza sapere nemmeno per quanto tempo dovrà rimanerci.

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