Proroga della missione Sophia per sei mesi ma senza impiego delle navi. Se c’era un modo per dire
definitivamente addio alle velleità dell’operazione Eunavfor Med dell’Unione europea, ora possiamo dire che è stato trovato.
L’intesa che è stata raggiunta nella serata di ieri e che è stata poi approvata oggi in mattinata dal Cops, il Comitato politico e di sicurezza, segna infatti un colpo molto duro nei confronti del programma dell’operazione europea. E per l’Italia la questione è molto importante.
Roma ha il comando della missione (attualmente la flagship della missione è la nave Luigi Rizzo), ma il governo è da mesi che chiede la revisione del mandato dell’operazione, soprattutto perché le regole odi sbarco non sono mai state definite in maniera autonoma da Eunavfor Med, ma sono state riprese, anzi, completamente mutuate, da quelle previste dalla missione Triton di Frontex. E per Triton, la regola era che lo sbarco dovesse avvenire in Italia, considerato il Paese con gli unici porti sicuri dell’area.
Una portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijancic, commentando la decisione dei Paesi europei ha detto: “Gli stati membri hanno deciso di prolungare l’operazione con una sospensione temporanea delle attività navali e durante questo tempo si continuerà a cercare, a livello di Stati membri, una soluzione alla questione degli sbarchi. È vero che si tratta di una operazione marittima e quindi senza apporto navale Sophia non sarà in grado di realizzare il suo mandato. Ma la decisione è stata presa. L’accordo, che è un accordo politico a livello di Stati membri, dovrà essere formalizzata a livello di Consiglio entro la fine del mese di marzo. Il comandante dell’operazione eseguirà le istruzioni degli Stati membri”.
I toni della Commissione sono quindi molto vicini a quello dello scoramento. Perché è chiaro che per l’Ue si tratta inevitabilmente di una sconfitta. L’operazione è stata da sempre una delle missioni più importanti per l’Europa e doveva rappresentare non solo la risposta del continente all’emergenza migranti ma anche uno strumento per dimostrare di poter condurre una missione di ampio respiro con il coinvolgimento di tutti gli Stati.
Quello che ne è scaturito, invece, è stato un ibrido che ha condotto ad alcuni ottimi risultati ma anche a delle conseguenze negative: in primis il fatto che l’Italia si sia fatto carico dell’approdo di migliaia di persone recuperate nel Mediterraneo centrale.
È stato proprio sotto questo punto di vista che l’attuale governo italiano ha più volte criticatoapertamente la missione. Matteo Salvini, che da sempre si è battuto in qualità di ministro dell’Interno per la revisione delle regole operative, aveva proprio puntato il dito a gennaio sul fatto che “tutti gli immigrati soccorsi e raccolti debbano sbarcare soltanto in Italia”. E sotto questo profilo, è chiaro che l’assenza di operazioni marittime escludendo l’utilizzo di navi, di fatto impedirebbe il salvataggio dei migranti e quindi lo sbarco nei porti italiani. Cosa che in teoria non doveva essere l’obiettivo della missione, ma che di fatto lo è diventato nel corso degli anni anche per l’aumento dei flusso migratorio dalla Libia.
Ed è proprio qui il nodo della questione. La missione Sophia era nata con lo scopo di colpire il traffico di esseri umani andando a sradicare la rete di trafficanti in Libia. I due focus erano il colpire i trafficanti e addestrare la marina libica. Ma questo non è mai potuto avvenire perché per colpire la rete di trafficanti bisognava cambiare la fase dell’operazione, e cioè passare a uno step successivo della Fase Due.
Come spiegato dal sito della Difesa, nella Fase Due “gli assetti della Task Force potranno procedere, nel rispetto del diritto internazionale, a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Tale fase è stata a sua volta suddivisa in una fase in alto mare, attualmente in corso, ed una in acque territoriali libiche, che potrà iniziare a seguito di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’invito del relativo Stato costiero”.
Già questo passaggio avrebbe permesso di evitare le partenze clandestine e soprattutto di evitare che le navi dovessero essere impiegate quasi esclusivamente per operazioni di salvataggio. Ma le regole non sono mai state cambiate per l’impossibilità di trovare una quadra fra tutti gli Stati membri. Ancora più utile sarebbe stato il passaggio alla Fase Tre, colpendo direttamente in Libia. Ma ovviamente è stato sempre un nulla di fatto.
A questo punto, con questa proroga senza navi, di fatto se ne è dichiarato il fallimento. Ma è un fallimento che non riguarda solo l’operazione in sé, che di fatto diventa l’unica missione navale senza navi, ma anche un fallimento politico (l’ennesimo) dell’Unione europea. Si voleva creare un’operazione congiunta che doveva essere il modello di una nuova cooperazione europea in ambito di difesa e sicurezza dei confini, coadiuvando le varie forze navali. Ma dopo anni di impegno, ora se n’è dichiarata sostanzialmente la fine.