L’accoltellamento di due uomini turchi, uno dei quali appena diciottenne e poi deceduto, da parte di alcuni rifugiati siriani ha provocato lo scoppio di una vera e propria rivolta anti-migranti nella città di Ankara. Centinaia di persone inferocite, venute a conoscenza di quanto accaduto, sono scese in strada e si sono dirette verso il quartiere di Altindag, popolato dalla comunità siriana. La folla, giunta sul posto, ha vandalizzato autovetture, saccheggiato negozi ed inneggiato a slogan xenofobi. Solamente l’intervento della polizia, definita inadeguata sui social media, ha impedito che la violenza potesse degenerare ulteriormente e sfociare in esiti ancora peggiori.

Il Partito Democratico del Popolo (HDP), che si trova all’opposizione dell’esecutivo Erdogan, ha chiesto l’immediata interruzione degli attacchi contro le comunità di migranti che vivono in Turchia ma la sua voce rischia di rimanere isolata. Negli ultimi anni, infatti, sempre più esponenti politici hanno invocato nuove restrizioni in materia di immigrazione e l’arrivo di migliaia di migranti dall’Afghanistan, in fuga dalle violenze del proprio Paese, ha riacceso le tensioni.

Il ginepraio

Il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan sta spingendo sempre più cittadini della nazione dell’Asia centrale ad entrare in Turchia ad un ritmo che, secondo le stime, ha raggiunto le mille persone al giorno. Qui vivono tra i 200mila ed i 600mila afghani, giunti nell’ultimo decennio ed in fuga da violenza e povertà. La corsa, disperata, per lasciare l’Afghanistan ha turbato il mondo, in particolare modo in seguito a quanto accaduto all’Aeroporto Internazionale Hamid Karzai.

Centinaia di civili hanno lottato per salire a bordo dei pochi aerei rimasti in grado di portarli al sicuro. Altre migliaia hanno cercato di rompere il perimetro intorno all’aerostazione mentre le forze di sicurezza sparavano colpi in aria per provare a rimandarli indietro. Il sogno di molti afghani, che stanno fuggendo dalla crescente povertà e dalla violenza in intensificazione dei talebani, è quello di trovare un lavoro e di essere al sicuro. Un sogno per cui vale la pena di correre dei rischi.

Il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato, nel corso di un’intervista con le emittenti CNN Turk e Kanal D, che la Turchia non è un motel per migranti e che il Paese sta prendendo tutte le misure necessarie contro una possibile crisi dovuta alla situazione in Afghanistan. Tra le misure c’è (anche) la costruzione di un muro di 156 chilometri lungo i confini con l’Iran ed uno presso la frontiera con l’Iraq. Il muro “iraniano” è parzialmente dotato di equipaggiamenti sofisticati come la presenza di impianti di illuminazione lungo 109 chilometri del tracciato e di sensori in grado di monitorare i movimenti lungo 79 chilometri della barriera. Le autorità hanno ideato un sistema in tre fasi per frenare l’ondata migratoria. Nella prima vengono svolte attività di sorveglianza, pattugliamento, controllo ed imboscata, nella seconda entrano in gioco i commando e nella terza, a cui prendono parte le Forze Armate e la Gendarmeria, vengono arrestati e deportati i migranti.

I siriani

La Turchia è la nazione che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo e tra questi ci sono 3.6 milioni di siriani, la stragrande maggioranza dei quali vive in condizioni di precarietà educativa e lavorativa. Erdogan ha avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dei siriani, da un lato visti come un blocco di elettori potenziali (dato che già 110mila di loro ha ottenuto la cittadinanza turca) e dall’altro considerati alla stregua di una valvola di sfogo da attivare al momento giusto. Come nel 2018 quando, in seguito alla crisi economica, si sono ritrovati oggetto di una campagna di deportazione illegale. Nel 2020, invece, gli sono state aperte le porte per l’Europa nel tentativo di fare pressione su Bruxelles, terrorizzata dal loro arrivo. L’Unione Europea, nel 2016, aveva stretto un accordo con la Turchia le cui clausole prevedevano l’invio di 6 miliardi di euro di aiuti ad Ankara in cambio dell’impegno, da parte di quest’ultima, nel fermare rifugiati e migranti diretti nel Vecchio Continente.

L’intervento turco nella guerra civile siriana è stato dapprima diplomatico e poi militare. La Turchia ha condannato il governo siriano quando sono scoppiate le ostilità e si è unita a molti Stati chiedendo la rimozione di Bashar al-Assad. Il supporto nei confronti dei dissidenti si è lentamente trasformato in aiuti dati all’Esercito Siriano Libero, in operazioni militari contro lo Stato Islamico e nell’occupazione della Siria settentrionale. La Turchia ha inoltre ospitato il Colonnello Riad-al-Assad, a capo dell’Esercito Siriano Libero ed è stata coinvolta nell’infruttuoso processo di pace che, ancora oggi, non è riuscito a trovare una soluzione al conflitto.