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Tra le tante emergenze che investono la Libia dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi e che testimoniano la frammentazione del paese, vi è anche quella della divisione della banca centrale. Ne esistono due: una “ufficiale” a Tripoli, l’altra “parallela” ad Al Beyda. La prima è strettamente connessa alle vicende inerenti il consiglio presidenziale presieduto da Hafez Al Sarraj, ossia il governo riconosciuto ufficialmente dall’Onu. Lì, in teoria, finiscono i soldi proventi delle attività della Noc, l’azienda petrolifera della Libia. L’altra banca centrale, fa riferimento invece al parlamento di Tobruck e quindi alla parte di Libia controllata da Haftar. La necessità di unificare i due istituti è emersa tra le priorità di cui si è discusso nella recente conferenza di Palermo

Il “tesoro” della Libia 

Si stima, stando a dati del 2014 e dunque antecedenti all’attuale divisione tra est ed ovest della Libia, che all’interno della banca centrale di Tripoli le risorse di cui si dispone siano ragguardevoli. Ci sarebbero, in particolare, riserve per 113 miliardi di dollari e 116 tonnellate d’oro. Durante l’era di Gheddafi le riserve superano i 300 miliardi, ma quanto attualmente è nella cassaforte di Tripoli basta per i prossimi anni per assicurare stipendi e servizi vitali. A questo bisogna aggiungere le riserve ancora congelate della Lia, il fondo libico ideato dal rais nel 2006 sottoposto al blocco della comunità internazionale da quando è iniziata la guerra. Secondo quanto dichiarato dal governatore della banca centrale con sede a Tripoli al Corriere, Sadik al Kabir, le riserve congelate ammontano a 66 miliardi di Dollari. “Non ci servono” specifica però Kabir, secondo cui gli asset attuali garantiscono il denaro utile alla Libia per la sua sopravvivenza.

 

Il nodo, per il governatore, è invece politico. Serve un processo che porti all’unificazione nazionale e solo allora si potrà parlare di progetti di rilancio dell’economia nazionale. Ma intanto anche dall’est della Libia circolano voci su cifre e somme in grado di garantire adeguate riserve al governo che fa capo al parlamento di Tobruck. Nei giorni scorsi Musbah Al Ekari, funzionario della banca centrale con sede ad Al Beyda, dichiara alla tv Al Libya che, negli ultimi tre anni, sarebbero stati stampati almeno 9.7 miliardi di Dinari in Russia. “Fronteggiare i problemi di liquidità era la priorità”, aggiunge il funzionario per sottolineare i motivi della mossa operata di concerto con Mosca. 

Da dove passa il rilancio dell’economia libica 

Forse uno dei più grandi paradossi della Libia di oggi è proprio questo. Al Sarraj non ha il controllo del territorio ma ha la liquidità a sua disposizione per pagare stipendi e servizi. Haftar, dal canto suo, ha il controllo di buona parte del territorio ma non ha i soldi “a portata”. Questo perché gli asset di cui parla il governatore Kabir si riferiscono in buona parte ai proventi degli investimenti fatti all’estero, non soggetti a sanzioni e congelamenti, e soprattutto all’attività della Noc. Quest’ultima agisce in joint venture con le compagnie straniere, tra cui ovviamente l’italiana Eni, per la gestione dei giacimenti petroliferi. I soldi provenienti dalle attività di estrazione dell’oro nero non vanno direttamente alla Noc, la quale invece gira le somme proprio alla banca centrale. Quella, per intenderci, che ha sede a Tripoli. Ad Al Beyda, per garantire le esigenze di un governo e di una forza militare, quale quella di Haftar, che controllano un vasto territorio in Cirenaica si è costretti a stampare moneta. E l’aiuto in tal senso, come detto prima, arriva soprattutto dalla zecca russa. strip_occhi_articolo_libia

La questione preminente per il rilancio dell’economia libica e, con essa, di ogni discussione circa l’unità nazionale, riguarda la spartizione dei proventi del petrolio. La Tripolitania teme che in futuro voglia intascarseli la Cirenaica, visto che Haftar controlla gli importanti stabilimenti di Ras Lanuf e Brega. La Cirenaica non vuole lasciare a Tripoli il monopolio sui proventi della Noc. A Palermo più volte è stata rimarcata l’esigenza di partire dall’unificazione delle due banche centrali. Il primo passo riguarda gli audit, ossia i controlli e le verifiche dei bilanci degli ultimi anni dei due istituti, sono egida dell’Onu. Ghassan Salamè, alto rappresentante delle Nazioni Unite per la Libia, ne ha parlato al termine del vertice siciliano. I passi sono doverosi, ma difficili da compiere. Sia ad ovest che ad est dovranno fare compromessi e rinunce per giungere ad un risultato unitario. 

Ma è l’unica strada, peraltro tracciata nella road map del piano dell’Onu, per arrivare a concreti risultati politici ed economici per la Libia. A sostenerlo è anche il responsabile della Banca Mondiale per il Nord Africa, Michael Schaeffer, in questi giorni a Roma per il Med: “La Libia è importante per noi, occorrono però individuare strumenti e risorse per ricostruzione e sviluppo – dichiara mentre partecipa alle riunioni nella capitale – È necessaria l’esistenza di uno Stato unitario e solido”. Lo stesso Schaeffer proprio da Roma annuncia inoltre la prossima apertura di un ufficio della Banca Mondiale in Libia.