Perché l’India sta deportando migliaia di migranti musulmani in Bangladesh

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Il Bengala Occidentale è uno Stato dell’India che confina con il Bangladesh. La sua posizione geografica è fondamentale per capire che cosa sta succedendo nella periferia del Paese più popoloso del mondo. Da quando lo scorso maggio il partito ultra nazionalista di Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (Bjp), ha vinto le elezioni locali, migliaia di persone – per lo più musulmani di origine bengalese – sono state espulse e deportate oltre la frontiera. Tante altre sono state rinchiuse in centri di detenzione nell’ambito di una dura campagna di repressione contro quelli che Delhi considera migranti irregolari.

La situazione è esplosiva, visto che la repressione diventa sempre più aspra ogni giorno che passa e che le Guardie di Frontiera del Bangladesh, non riuscendo a contenere il flusso, chiedono alle loro controparti indiane di non “spingere le persone” oltre il confine. Le autorità del Bengala non sentono scuse e non arretrano di un millimetro. I loro trasferimenti forzati non prevedono procedure formali di rimpatrio e, soprattutto, riguardano molte persone che non risiedono in Bangladesh da decenni o che addirittura non ci hanno mai vissuto.

Il copione è sempre lo stesso. “Aprono i cancelli della recinzione indiana e spingono le persone nell’oscurità. Ci sono donne, ci sono bambini e queste povere persone rimangono bloccate nel mezzo”, ha dichiarato al Financial Times Mohammad Ashrafuzzaman Siddiqui, direttore generale della Guardia di Frontiera del Bangladesh.

La deportazione indiana dei migranti musulmani bengalesi

La campagna di deportazioni del Bengala Occidentale ha peggiorato le già fragili relazioni tra India e Bangladesh e accresciuto il senso di precarietà per milioni di musulmani indiani che vivono negli Stati di confine. Adesso che il Bjp ha conquistato un territorio che per 34 anni è stato guidato da una maggioranza comunista e per altri 15 dal centrosinistra, la campagna contro i migranti bengalesi ha ricevuto una nuova spinta.

Un simile atteggiamento da parte del governo Modi, in realtà, esiste da sempre, tanto è vero che il ministro degli Interni indiano, Amit Shah, il più stretto collaboratore di Modi, li ha definiti “termiti“. Il Bengala targato Bjp ha avviato una repressione durissima istituendo centri di detenzione per arrestare ed espellere migranti musulmani bengalesi ma anche Rohingya privi di documenti. Circa il 30% dei 90 milioni di abitanti di questo Stato è di religione musulmana.

Ma a cosa punta Delhi? I critici di Modi non hanno dubbi: una simile campagna di deportazioni rifletterebbe il desiderio del Bjp di trasformare l’India in una nazione induista a scapito della sua minoranza musulmana. Diverso il punto di vista dei funzionari indiani, che sostengono di aver respinto oltre confine soltanto gli “infiltrati illegali” seguendo una politica di “individuazione, eliminazione ed espulsione”.

Cosa succede tra India e Bangladesh

I posti di blocco di confine sorti nel Bengala Occidentale sono intanto travolti da un incessante flusso di migranti bengalesi. Al Jazeera ha scritto che ad Hakimpur, in particolare, arrivano circa 250-300 rifugiati senza documenti al giorno.

Il neo primo ministro dello Stato, Suvendu Adhikari, ha dichiarato che quasi 5.000 cittadini bengalesi sono stati espulsi e che il suo governo ha anche “istituito centri di detenzione in tutti i distretti dello Stato”. “Da questi centri sono già stati espulsi 4.800 infiltrati bengalesi. Altre 836 persone si trovano attualmente nei centri di detenzione e stiamo prendendo accordi per espellerle al più presto”, ha proseguito.

Nel limitrofo Assam il copione è quasi identico. Come ha affermato il leader Himanta Biswa Sarma, lo Stato “sta conducendo una guerra implacabile contro l’infiltrazione illegale di musulmani bengalesi” la cui “stessa presenza minaccia di alterare il tessuto demografico della nostra nazione”.

In tutto ciò il Bangladesh, che ospita già oltre un milione di rifugiati Rohingya fuggiti dal Myanmar, sostiene di non essere in grado di accogliere migliaia di migranti di ritorno.