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Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, sostiene che la politica dei porti chiusi sia una misura occasionale che non può essere risolutiva per il contrasto all’immigrazione clandestina, dando così manforte a quanto già dichiarato dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio:

“Sono appena tornata da un ultimo viaggio nel Corno d’Africa, ero stata poco tempo prima in Niger: in questi Paesi abbiamo dei tassi di crescita demografica incredibili, il raddoppio della popolazione entro il 2030. Come pensiamo di poter gestire questo futuro con la chiusura dei porti? È impossibile, bisogna lavorare su una soluzione alternativa”.

La Trenta si spinge oltre affermando a Radio Capital: “Se si dovesse arrivare alla guerra, non avremmo migranti ma rifugiati e i rifugiati devono essere accolti”.

Una linea palesemente in contrasto con quella del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che invece mantiene la propria posizione sui porti chiusi come pilastro fondamentale del contrasto all’immigrazione clandestina, misura che ha portato a una drastica riduzione degli arrivi.

Ipotizzare una riapertura dei porti in un momento come questo significa però mettere a serio rischio la sicurezza nazionale per tutta una serie di motivi.

In primis è fondamentale tener presente che in Africa il jihadismo rimane una minaccia particolarmente elevata, specialmente nell’area del gran Maghreb, nel Sahara-Sahel, nella regione del lago Ciad, nel corno d’Africa con manifestazioni che arrivano fino al Mozambico. I jihadisti hanno tutto l’interesse ad infiltrarsi in Europa e non avrebbero alcun problema a farlo sfruttando i flussi dell’immigrazione tramite la rotta mediterranea.

Diversi Paesi nei quali la minaccia jihadista è attiva presentano problemi legati al controllo dei confini, tra questi anche quello tra Libia, Niger e Chad, paesi dove viene segnalata presenza di gruppi jihadisti attivi.

Lo scorso agosto il sito Middle East Eye aveva inoltre pubblicato un approfondimento sulla presenza dell’Isis in Libia nel quale citava l’allarme lanciato dal colonnello delle forze armate libiche, Ali Faida, sul reclutamento di immigrati da parte dei jihadisti: “Immigrati clandestini che cercano di raggiungere l’Europa arrivano in Libia in cerca di denaro e l’Isis li paga bene…Durante una delle nostre recenti battaglie abbiamo catturato molti foreign fighters dell’Isis che hanno confessato di essersi arruolati perché pagano bene”.

Un altro elemento da tenere in considerazione è poi quello degli arresti a Napoli, tra aprile e giugno del 2018, dei gambiani Sillah Ousman e Alagie Touray. I due avevano partecipato a un addestramento militare in un campo mobile dove si formano i futuri soldati o kamikaze dell’Isis ed erano pronti a compiere attentati in Europa. Nel dicembre del 2016 erano saliti su un barcone diretto in Italia ed erano arrivati sulle coste siciliane, a Messina. Touray era stato trasferito a Napoli; Sillah in Puglia.

In Gambia risulta tra l’altro particolarmente attiva la campagna di reclutamento dell’Isis, a partire dal 2016. I6mila immigrati pronti a partire, citati in un recente rapporto dell’Aise consegnato al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non possono non preoccupare in quanto tra questi potrebbero annidarsi jihadisti pronti a colpire. In aggiunta riaprire i porti, oltre alle problematiche legate alla gestione del fenomeno e alla carenza di filtri adeguati che permettono di identificare chi entra, significherebbe permettere ai trafficanti di esseri umani di continuare a lucrare; fondi che tra l’altro rischiano di finire anche in mano al terrorismo.