Due indizi, si dice, fanno una prova. E da due distinti ambienti in cui da anni, vuoi per competenze territoriali o per competenze politiche, ci si occupa di immigrazione sono arrivati medesimi segnali. Dalla Sicilia nei giorni scorsi, dopo un maxi sbarco a Lampedusa, il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, ha parlato della necessità di autorizzare indagini internazionali contro i trafficanti di esseri umani. A Bruxelles, nelle stesse ore, un report della commissione europea ha segnalato la stessa necessità: colpire le organizzazioni criminali che stanno dietro alle nuove ondate migratorie. Difficile pensare a un dialogo diretto tra gli uffici di una procura siciliana e quelli delle istituzioni comunitarie. Questo avvalora un’ipotesi: nelle stanze in cui passano le carte sull’immigrazione ci si è resi conto dell’incidenza delle organizzazioni criminali. La domanda sorge spontanea: perché proprio adesso?

Il report dell’Ue

Bruxelles sull’immigrazione sembra voler radicalmente cambiare rotta. L’Europa ha gestito le varie emergenze migratorie sborsando soldi ai Paesi di origine dei flussi. Lampante il caso della rotta turca: quando nel 2016 più di mezzo milione di siriani hanno messo piede in Germania, l’Ue ha staccato assegni da tre miliardi di euro all’anno ad Ankara affinché il presidente Erdogan chiudesse le frontiere turche da cui transitavano i profughi. Nell’ultimo report la prospettiva è apparsa rovesciata. C’è un passaggio del documento della commissione piuttosto emblematico: “Occorre usare gli strumenti operativi, legali, diplomatici e finanziari a disposizione dell’Ue – si legge – per rispondere alla strumentalizzazione della migrazione irregolare”. Da qui la possibilità, come emerso da Bruxelles, di fare pressione politica a quegli Stati da cui partono i migranti. Si tratterebbe, in poche parole, di considerare i governi dei Paesi di origine dei flussi migratori come “complici” dei trafficanti internazionali se non si riscontra l’impegno a far diminuire le partenze.

Le misure deterrenti, al vaglio della commissione, consisterebbero nell’interruzione parziale o nella sospensione di accordi economici e finanziari con gli Stati interessati. Piuttosto che elargire soldi nella speranza di una chiusura delle frontiere marittime o terrestri, si proverebbe quindi ad interrompere la collaborazione economica e politica fino a quando non sia dimostrato un diretto intervento contro scafisti e trafficanti. Una posizione, quella dell’Ue, che sottintende un elemento ben preciso: il fenomeno migratorio irregolare, prima ancora che dipendere da specifici fattori economici o bellici, è incentivato dalle organizzazioni criminali. Sono queste ultime a lucrare sulla vita di migliaia di disperati e a spingere verso l’alto i numeri degli ingressi irregolari in tutta Europa. Un dato oramai quindi certificato anche dalle stesse istituzioni comunitarie.

Un fenomeno ben conosciuto

E qui si torna alla domanda precedente: perché rendersene conto soltanto adesso? La capillarità nell’azione dei trafficanti e il loro radicamento territoriale nelle zone da cui è ben noto da tempo. Il procuratore Luigi Patronaggio è stato abbastanza chiaro: “Il maxi approdo di 686 immigrati a Lampedusa (con riferimento a uno sbarco avvenuto pochi giorni fa, ndr) provenienti dalla Libia a bordo di un grosso peschereccio – ha dichiarato il magistrato – induce a pensare ancora una volta all’esistenza di una organizzazione criminale transnazionale che rende assolutamente necessarie ed improcrastinabili complesse indagini internazionali”. A spingere nel Mediterraneo le carrette del mare e a causare da anni tragedie e annegamenti sono in primo luogo i trafficanti, ben ramificati tanto in Libia quanto nel Sahel. Un discorso analogo è possibile farlo per la rotta turca, dove le organizzazioni criminali sono guidate da ucraini e pericolosi soggetti dell’est Europa, e per tutti i vari fronti da cui arrivano i migranti.

Circostanze conosciute da tempo. L’Ue sembra essersi svegliata piuttosto in ritardo. Soltanto ora si è capita la massima priorità da dare nella lotta contro le organizzazioni criminali. Tutti gli altri strumenti provati in questi anni sono miseramente falliti. A partire dalla redistribuzione dei richiedenti asilo, mai avviata veramente nonostante molti proclami, e da norme volte a rendere più facili gli espatri. Non ultimo il pagamento di ingenti somme di denari ai governi dei Paesi da cui si originano i flussi.

Preoccupa la rotta bielorussa

Una prima possibile risposta sul perché proprio ora Bruxelles si sta accorgendo dell’importanza di combattere le organizzazioni di trafficanti arriva forse dal fronte bielorusso. Un numero su tutti è indicativo: le autorità lituane in tutto il 2020 hanno fermato, a ridosso della frontiera con la Bielorussia, 81 migranti irregolari. Dal primo gennaio di quest’anno il dato parla già di 1.600 immigrati rintracciati. Il flusso da Minsk è in costante aumento. Una possibile vendetta, si fa presente in ambito diplomatico, del presidente Lukashenko al sostegno europeo dato ai gruppi di opposizione. Nel report dell’Ue questo fronte viene considerato, assieme a quello relativo alla rotta afghana, il più pericoloso. L’Ue dunque si sta accorgendo della necessità del contrasto ai trafficanti internazionali quando ad essere coinvolto dall’emergenza è il fronte orientale e settentrionale del territorio comunitario.