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Le rotte migratorie attualmente attive nel mondo sono diverse: “Si pensi ovviamente agli Stati Uniti e al Centro e Sud America” fa notare su InsideOver l’analista Bernardo Venturi  proseguendo: “Ma anche ai paesi del Golfo (Arabia Saudita in primis) che attraggono moltissimi migranti sia dall’Africa orientale, sia dall’Asia (sub-continente indiano in particolare)”. Ci sono poi le rotte atlantiche che hanno come punti di approdo le isole Canarie oppure il continente americano. Tuttavia è il Mediterraneo a registrare i più importanti flussi migratori in termini numerici e sotto il profilo dell’impatto sociale.

Il Mediterraneo sempre al centro delle rotte

Ogni sfera del globo quindi ha i suoi flussi migratori. Eppure l’unico mare simbolo dell’immigrazione a livello mediatico è il Mediterraneo. I numeri parlano chiaro: secondo l’Oim, nel 2020 nei mari di tutto il mondo sono morte 3.174 persone a bordo dei barconi. Di queste, 1.773 hanno perso la vita attraversando le acque che separano l’Africa dall’Europa. Più della metà quindi. Segno di come il Mediterraneo rappresenti la via preferita dai migranti e quindi anche la più pericolosa: “Il Mediterraneo incrocia diverse regioni densamente popolate e con forti divari economici e sociali – sottolinea su InsideOver Bernardo Venturi – Questo crea un fattore di attrazione verso l’Europa che prosegue da decenni”.

Ma non è soltanto una questione geografica: “Le ragioni per le migrazioni irregolari nel Mediterraneo sono molteplici – ha proseguito l’analista – Se pensiamo alle migrazioni africane verso l’Europa, lo studio più completo come campione e organico recente è ‘Scaling Fences’. Un dato che emerge molto chiaramente dallo studio è che la maggior parte dei migranti irregolari parte perché non ha spazio e voce a livello sociale e politico. Poi ci sono anche ragioni economiche, chiaramente, ma in molti casi non sono le prime”. Un mix quindi in grado di proiettare il mare nostrum al centro delle principali rotte migratorie e di creare non pochi grattacapi soprattutto al nostro Paese: “Anche se – ha aggiunto Venturi – le migrazioni nel loro complesso non possono essere lette come ‘un problema’. Processi di migrazione e mobilità ci sono sempre stati e sempre ci saranno”.

Le prospettive a lungo termine

I problemi per la gestione dei flussi migratori diventano importanti, soprattutto per i territori di primo approdo, quando aumentano le pressioni provenienti dal mare. Sorge quindi spontaneo un quesito: cosa aspettarsi a lungo termine? Le prospettive in tal senso non appaiono delle più rosee: “Per avere un impatto sulle migrazioni irregolari tra Africa ed Europa nel medio e lungo periodo – ha dichiarato Venturi – sono necessarie diverse azioni e una lettura attenta delle cause”. Tra queste l’analista ricorda non solo il divario economico tra continente africano ed Europa, ma anche la penuria di canali migratori regolari: “Chiudendo quasi ogni speranza di migrare regolarmente per motivi di studio o di lavoro – ha dichiarato Venturi – le persone sono portate a cercare altri canali”.

C’è infine un’altra motivazione “trascurata molto dall’Europa”, secondo l’analista. Si tratta della “cattiva governance e la poca libertà d’espressione in diversi Paesi africani” in grado, sempre secondo Venturi, di “creare un senso di soffocamento e un pushing factor tra le nuove generazioni”. In poche parole è quella frustrazione e quella mancanza di prospettive che alimenta la fuga dal continente africano. Prima ancora della fame e prima ancora dei conflitti. Un elemento forse che rende peculiari le rotte mediterranee rispetto a tutte le altre.

Le altre rotte nel mondo

Le alternative al Mediterraneo ci sono. Ad esempio, chi decide di andar via dal Corno d’Africa attraversa la rotta del Mar Rosso e, tramite lo Yemen, giunge nella penisola arabica. Qui nelle petromonarchie è continua la richiesta di manodopera, necessaria per pompare un’economia trainata dalla presenza dell’oro nero. E così i migranti partono e confluiscono nello Stato costiero di Gibuti per poi attraversare il limitrofo stretto di Aden. I protagonisti di questi viaggi sono soprattutto, secondo l’Oim, etiopi e somali. Dall’Etiopia si va via a causa di una forte instabilità economica, mentre dalla Somalia si fugge per via di un’atavica instabilità politica e l’avanzata del terrorismo. Lo Yemen sta alla penisola arabica come la Libia sta all’Europa: una testa di ponte da cui transitano migliaia di persone in cerca di fortuna.

Un’altra rotta che negli ultimi anni ha fatto registrare importanti numeri, è quella atlantica. Quest’ultima consente a chi parte dal Marocco, dal Senegal, dal Gambia e dalla Mauritania,  di arrivare alle isole Canarie e quindi in Spagna. Di  rotta atlantica non ve n’è solo una. Vi è infatti anche quella che porta gli africani dritti in America. Per ragioni geografiche, chi segue questa rotta si serve dei mezzi aerei. Si parte dal continente africano per arrivare soprattutto in Brasile o in Ecuador.

Le peculiarità delle rotte mediterranee

C’è un’altra regione dove il mare è solcato da migliaia di barconi. È quella del Golfo del Bengala e dell’Oceano Indiano. Questa volta qui l’Africa c’entra poco, ma la dinamica è simile. Ad animare questa rotta sono soprattutto bengalesi e birmani. I primi fuggono anche verso l’Europa, nel 2020 ad esempio in Italia la maggior parte delle persone sbarcate ha nazionalità del Bangladesh. I secondi invece scappano dall’instabilità politica e militare del Myanmar e dalle persecuzioni contro le minoranze etniche. Gli approdi avvengono tra Thailandia, Malesia e Singapore. Nessuno di questi Paesi ha ratificato la Convenzione sui Rifugiati del 1951, molto spesso i viaggi terminano con i rimpatri nelle zone di origine.

Nessuna delle altre rotte però ha gli stessi numeri e gli stessi impatti sociali riscontrati nel Mediterraneo. Attorno al mare nostrum si concentrano milioni di persone rappresentanti di diverse culture e diverse società. Gli spostamenti in quest’area sono quindi destinati a fare più rumore a livello globale. Speranze, frustrazioni, timori e paure sono soltanto alcune delle sensazioni alimentate dalle rotte mediterranee. Destinate, nel complesso mondo di oggi, ad essere protagoniste della vita politica e sociale tanto in Europa quanto in Africa.